Il decreto correttivo alla riforma del lavoro sportivo. Il benessere degli animali impiegati in attività sportive

Attraverso l’introduzione di alcune modifiche al decreto legislativo nr.36 del 28 febbraio 2021, già intervenuto in attuazione della legge delega nr.86 del 08 agosto 2019, il recente DL n.163 del 5 ottobre 2022, va a segnare un ulteriore passo avanti all’interno della c.d. ‘riforma dello sport’.
Una riforma di così largo respiro non poteva non comprendere degli articoli riguardanti gli animali impiegati nello sport ed in modo particolare il loro benessere e le loro esigenze etologiche, delegando peraltro, indistintamente, una serie di onerose competenze tecniche e amministrative agli organismi sportivi di riferimento (Federazioni Sportive Nazionali, Discipline Sportive Associate e Enti di Promozione Sportiva).
Di fatto una sintesi, o se preferiamo un riordino, di una serie di norme già esistenti che mettevano si ‘in sicurezza’ alcuni principi di tutela dell’animale ma che probabilmente non risultavano sufficientemente incisive, vista ad esempio la totale assenza di una benché minima attenzione al sostentamento degli animali impiegati nello sport, all’interno delle diverse forme di sussidio emanate dai vari DPCM in epoca di lockdown.

Il punto cardine da cui derivano le principali indicazioni di tutela e di attenzione alle condizioni psicofisiche dell’animale, è chiaramente ripreso dal Trattato del funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che classifica gli animali come ’esseri senzienti’.
Partendo da questo presupposto il DL 36/2021 interviene su numerosi aspetti che riguardano la corretta gestione dell’animale, come ad esempio sulla relazione dei suoi stati fisiologici con lo sforzo di prestazione richiesto piuttosto che sull’idoneità delle attrezzature utilizzate o sulle accortezze da adottare nel trasporto e nel governo.

Un altro delicato e discusso tema che viene inequivocabilmente trattato dalla riforma, peraltro ad oggi non ancora del tutto recepito all’interno del sistema sportivo italiano, è la destinazione di uso dell’animale sportivo a fine carriera, con particolare riferimento al cavallo. Per destinazione di uso si intende quello che, seppur inconcepibile a livello culturale, ha trovato molte resistenze da parte di alcuni organismi sportivi, e cioè l’uso alimentare del cavallo.
L’art.19 comma 6 pone infatti finalmente fine alla annosa questione DPA – NON DPA (Destinazione Produzione Alimentare), condizione quest’ultima che deve essere ad esempio obbligatoriamente dichiarata, nel documento di identità del cavallo sportivo.

Gli art.20 e 21 del ‘CAPO I’, che intervengono invece sulle competenze del veterinario nell’ambito di competizioni sportive, e su tutto ciò che compete, fermo restando tutto quanto riconducibile alle responsabilità civili e penali dei detentori, agli organismi sportivi coinvolti che devono a loro volta vigilare e sanzionare sulla corretta detenzione dell’animale sportivo, fanno da prologo al ‘CAPO II’ interamente dedicato agli equidi.
Qui la norma va a recepire la figura del ‘cavallo atleta’, definizione di fatto già coniata all’interno del sistema sportivo italiano, impattando peraltro in maniera opportuna con degli aspetti fiscali che tanto disagio avevano arrecato a tutto il comparto equestre riconducendo superficialmente il cavallo sportivo ad un animale da reddito.
Dalla dignità conferita al cavallo con la definizione di ‘atleta’ ne conseguono una serie di attenzioni normative come ad esempio l’obbligatorietà della idoneità fisica certificata da un veterinario ippiatra, né più e né meno nelle stesse modalità attraverso le quali un medico sportivo rilascia una idoneità fisica ad un atleta ‘uomo’.

Dulcis in fundo, la riforma doveva necessariamente assorbire la ‘regina’ delle norme in tema di benessere degli equidi, la cosiddetta ‘Ordinanza Martini’ (Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute nel IV Governo Berlusconi), che dopo numerosi rinnovi ha resistito fino a confluire all’interno della riforma dello sport attraverso il decreto attuativo del 28 febbraio 2021.
La tutela degli equidi nell’ambito di manifestazioni pubbliche ha sempre rappresentato un tema complesso e delicato che passa attraverso delle competenze tecniche sull’idoneità dei fondi, affidate a direttori di campo indicati da FSN, DSA e EPS, che devono assolvere, di intesa con le amministrazioni municipali, ad una serie di adempimenti finalizzati alla massima tutela degli equidi impiegati non solo in ambiti sportivi ma anche in ambiti di manifestazioni equestri popolari quali giostre, lizze storiche, palii, etc…

Il mondo equestre e il mondo della cinofilia, da sempre sensibili al ‘Benessere Animale’, termine esaustivo seppur inflazionato, ha certamente apprezzato l’attenzione che la riforma sta riservando alla materia e soprattutto la corretta individuazione degli organismi sportivi quali soggetti nevralgici di un sistema che solo se ben concatenato può dare i suoi frutti.  Per aggiungere un’ulteriore riflessione, l’avere cristallizzato la dignità dell’animale in ambito sportivo può inoltre rappresentare un primo essenziale ’step’ per mettere gli animali impiegati nello sport e nelle collaterali attività sociosanitarie, in corretta relazione con l’uomo sia da un punto di vista etologico che culturale, un’altro importante tema che merita l’attenzione delle istituzioni.

[ Emilio Minunzio ]
Vicepresidente ASI
Responsabile ASI Settore Sport Equestri

Il decreto correttivo alla riforma del lavoro sportivo. Riparto utili Ssd

In data 2 novembre 2022 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il D.Lgs. 5 ottobre 2022, n. 163, recante disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 28 febbraio 2021, n. 36, in tema di riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi e di lavoro sportivo.
Il c.d. Decreto correttivo, che entrerà in vigore a partire dal prossimo 17 novembre, contiene rilevanti novità in materia sia di lavoro sportivo, sia di enti sportivi.
Tra le novità in tema di enti sportivi, rilevanti c’è l’introduzione della possibilità di “distribuzione di utili” per le Società Sportive Dilettantistiche (solo per le società di capitali s.r.l., s.p.a. e s.a.p.a.)
Tale possibilità, non del tutto nuova nel mondo del non profit, visto che è prevista anche per le imprese sociali all’art. 3 del d.lgs. 112 del 2017, rappresenta più un cambio di paradigma che un reale vantaggio per gli investitori che si avvicinano al mondo dello sport, come potremmo vedere nei conteggi sviluppati nell’articolo.

La riforma, pertanto, modifica la possibilità di distribuzione di utili ai soci e l’aumento del capitale sociale tramite l’utilizzo degli utili cosi detto “aumento gratuito”; resta però ferma il divieto di riparto indiretto di utili, concetto, che, a titolo esemplificato e non esaustivo, possiamo ritrovare nella risoluzione n.9 del 2007, dall’agenzia delle entrate nella risposta ad un istanza di interpello dove sostanzialmente si faceva tre esempi:

  • Limite degli Emolumenti per gli amministratori;
  • Limite del compenso per l’attività di istruttore, quando il ruolo e ricoperto da un socio o amministratore di una ssd;
  • Limite del canone di locazione della struttura usata dalla ssd, quando il proprietario è un socio o amministratore di questa.

Per poter usufruire di tale novità, i soci dovranno, tramite atto notarile, aggiornare i propri statuti e su questo tema nasce il dubbio se una ssd che si allinea alla riforma dello sport perda i benefici fiscali visto che l’articolo 148 del DPR 917 del 1986 indica l’obbligo di prevedere negli “statuti” il divieto di riparto di utili diretto e indiretto.

Il pinto “a)” del comma 8 del su detto articolo cita: “divieto di distribuire anche in modo indiretto, utili o avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante la vita dell’associazione, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge” e a tal proposito è corretto evidenziare che per molti anni c’è stato, sempre per questo comma il dubbio, ormai superato, che le ssd, dovessero nei propri statuti indicare il divieto di cessione di quote.
Se una ssd, decidesse di adeguare lo stato o costituirsi inserendo le nuove regole, potrebbe indurre l’ente o la federazione scelta per l’affiliazione, nel fare la prima valutazione di “congruità dei requisiti”. E’ infatti l’ente che trasmette i dati per la conseguente iscrizione nel nuovo registro RAS (Registro delle Attività Sportive).

Riparto di utili ai soci

Torniamo ad analizzare il comma 3 dell’art. 8 D. Lgs. .36 2021, che prevede per le società sportive dilettantistiche, la possibilità di distribuire dividendi ai soci per una quota inferiore al cinquanta per cento degli utili e degli avanzi di gestione annuali, al nuovo comma 4-bis che aumenta all’80% la quota del 50% prevista al comma 3, ma limitatamente ai soli enti sportivi che gestiscono palestre o impianti sportivi in qualità di proprietari, conduttori o concessionari; sempre subordinatamente al rispetto delle condizioni già fissate dal medesimo comma 3 e, quindi, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti e in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato; alla condizione che la Commissione Europea autorizzi ai sensi dell’art. 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’UnioneEuropea.

Facciamo l’esempio di una Ssd a R.L., con Capitale Sociale di Euro 10.000,00 i.v., che gestisce una palestra, e che chiude nell’esercizio 202X, dopo le imposte, con un utile pari ad Euro 20.000,00 e che negli anni precedenti ha avuto perdite per 1.000,00

I soci nell’anno 202X+1, potranno decidere di distribuire utili pari ad Euro 500,00*

*Sviluppo del conteggio: 

In base all’Utile 20.000,00 applichiamo il primo parametro di distribuzione che è l’80% del risultato positivo dell’esercizio diminuito delle perdite precedenti.
Quindi su una base imponibile di Euro 19.000,00 (20k – 1k), calcoliamo la % di distribuzione utili che i soci decidono di applicare, sempre sotto la soglia massima dell’80%, e otteniamo, al massimo, Euro 15.200,00, importo da calmierare in base al limite massimo imposto dalla norma:
comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato.”
Ipotizziamo un interesse massimo per i “buoni postali fruttiferi” pari 2,5% che lo aumentiamo, come previsto dalla norma, di due punti e mezzo, ottenendo una percentuale del 5,0% da applicare al capitale effettivamente versato (non solo sottoscritto), ed otteniamo, nel nostro esempio, un utile massimo distribuibile di Euro 500,00.

Attenzione: non può essere mai distribuito un importo maggiore dell’ottanta percento degli utili al netto delle imposte anche se il conteggio con base “buoni postali fruttiferi” venisse di importo maggiore.

Aumento del Capitale Sociale tramite l’utilizzo degli utili

La norma prevede che i soci possono deliberare in merito all’utilizzo di parte degli utili generati, sempre al netto delle perdite precedenti, per l’aumento gratuito del capitale sociale sottoscritto e versato dai soci, ma nei limiti delle variazioni dell’indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, calcolate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) per il periodo corrispondente a quello dell’esercizio sociale in cui gli utili e gli avanzi di gestione sono stati prodotti.
Cerchiamo prima di analizzare cosa è “aumento gratuito del capitale sociale”.
L’art. 2442, c.c., disciplina questa operazione, stabilendo che «l’assemblea può aumentare il capitale, imputando a capitale le riserve e gli altri fondi iscritti in bilancio in quanto disponibili». Le azioni di nuova emissione dovranno avere le stesse caratteristiche di quelle in circolazione, e dovranno essere assegnate gratuitamente agli azionisti in proporzione di quelle da essi già possedute. E’ stabilito, inoltre, che l’aumento di capitale può attuarsi anche mediante aumento del valore nominale delle azioni in circolazione.
Per la società a responsabilità limitata l’art. 2481-ter Cod. Civ., relativo al passaggio di riserve a capitale, prevede che «la società può aumentare il capitale imputando ad esso le riserve e gli altri fondi iscritti in bilancio in quanto disponibili. In questo caso la quota di partecipazione di ciascun socio resta immutata».
In merito alle modalità di attuazione dell’operazione di aumento del capitale sociale, la disciplina delle S.r.l. prevede che si possa procedere solamente con l’incremento del valore delle partecipazioni già possedute dai soci, così da consentire che dell’operazione stessa beneficino tutti i soci preesistenti. In tal modo si rispetta il vincolo secondo cui i soci devono mantenere, anche dopo l’aumento del capitale, la stessa quota di partecipazione che possedevano prima.

Come evidenziato in uno studio del consiglio nazionale del notariato del 2014, all’aumento gratuito del capitale sociale ed alla riduzione facoltativa dello stesso, nelle ssd, potrebbe rivelarsi illegittimo.
La risposta sulla legittimità̀ di tali operazioni è strettamente correlata a determinate disposizioni statutarie circa il rimborso della quota di partecipazione al socio in caso di liquidazione, totale o parziale, della società̀.
Se, infatti, è prevista statutariamente la totale devoluzione del patrimonio residuo a fini sportivi, nulla impedisce di considerare ammissibile l’aumento gratuito del capitale.
Se, al contrario, lo statuto preveda il diritto del socio a vedersi rimborsato, in sede di liquidazione totale o parziale della società̀, al massimo il valore nominale della quota, l’aumento gratuito del capitale, mediante imputazione a capitale delle riserve, consentirebbe un’attribuzione vietata al socio degli utili accantonati, sebbene rinviata alla data successiva della liquidazione totale o parziale.

Con la riforma si prevede la possibilità anche alle ssd che hanno nello statuto la possibilità di rimborso della quota di partecipazione al socio in caso di liquidazione della società̀ di procedere all’aumento gratuito del capitale ma nei limiti indicati dalla norma.

Facciamo l’esempio di una Ssd a R.L., con Capitale Sociale di Euro 10.000,00 i.v., che gestisce una palestra, e che chiude nell’esercizio 202X, dopo le imposte, con un utile pari ad Euro 20.000,00 e che negli anni precedenti ha avuto perdite per 1.000,00

I soci nell’anno 202X+1, potranno decidere di procedere all’aumento gratuito del capitale per un importo pari ad Euro 800,00*

*Sviluppo del conteggio:
In base all’Utile 20.000,00 applichiamo il primo parametro di distribuzione che è l’80% del risultato positivo dell’esercizio diminuito delle perdite precedenti.
Quindi su una base imponibile di Euro 19.000,00 (20k – 1k), calcoliamo la % di utili destinabili all’aumento di capitale che i soci decidono di applicare, sempre sotto la soglia massima dell’80%, e otteniamo, al massimo, Euro 15.200,00, importo da calmierare in base al limite massimo imposto dalla norma:
nei limiti delle variazioni dell’indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, calcolate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) per il periodo corrispondente a quello dell’esercizio sociale in cui gli utili e gli avanzi di gestione sono stati prodotti, oppure alla distribuzione”.
Partendo dall’assunto che per chi scrive la base imponibile è sempre il capitale versato e sottoscritto ed ipotizzando un “indice ISTAT” ad aprile 202X+1,  pari all’8% , otteniamo, nel nostro esempio, un possibile aumento gratuito del capitale sociale al massimo di Euro 800,00.

Attenzione: non può essere comunque possibile un aumento gratuito del capitale sociale per un importo maggiore dell’ottanta percento degli utili al netto delle perdite anche se il conteggio con base “indice ISTAT” venisse di importo maggiore.

Riparto di utili ai soci & Aumento del Capitale Sociale tramite l’utilizzo degli utili

La riforma, modifica la possibilità di distribuzione di utili ai soci e l’aumento del capitale sociale tramite l’utilizzo degli utili ma non è chiaro se i soci debbono scegliere l’una o latra novità o possono, pur restando sotto la percentuale dell’utile distribuibile applicarli entrambi.
Se prendiamo gli esempi proposti nell’articolo potremmo ipotizzare un riparto di utili ai soci di Euro 500,00 ed un aumento del Capitale Sociale tramite l’utilizzo degli utili di Euro 800,00.
La somma delle due operazioni, pari ad 1.300,00, resta sotto la percentuale dell’ottanta percento, di utile disponibile per i soci.

Riflessioni e conclusioni

Il legislatore nel 2002, con la legge 289, istituisce le Società di Capitali Sportive, perché si rende conto che non basta più, per sviluppare lo sport nel settore privato “l’aggregazione” che fino al tempo, in forma democratica, aveva visto la creazione di mole Associazioni Sportive Dilettantistiche; ma serviva attrarre oltre che “persone”, capitali; Ma oggi viene fatto un ulteriore passo in avanti in tal senso.
Con la “riforma dello sport” si comprende che non basta più che i capitali investiti nelle ssd, possono essere congelati nel tempo e restituiti ai soci solo dopo la cancellazione al netto della liquidazione di questa. Oggi si comprende che per attrarre capitali si deve anche permettere il loro “rendimento” e “mantenere nel tempo, fino alla restituzione, il loro valore”.
E’ parere di chi scrive che con la percentuale dell’80% di riparto di utili, ovviamente al netto delle perdite, si vuole evidenziare che parte del risultato positivo è anche merito delle agevolazioni date da parte del legislatore e pertanto parte dell’utile, comunque, debba essere reinvestita. Mentre si lascia la possibilità di remunerare i soci per il capitale investito realmente, ecco perché non basta la sottoscrizione delle quote al fine del conteggio. Viene infatti, dal legislatore, messo un limite di riparto di utili pare al rendimento dei buoni postali fruttiferi aumentati di due punti e mezzo.
Il legislatore ha anche compreso che se uno versa il capitale sociale in una società sportiva che magari viene cancellata dopo 20 anni non avrebbe, in termini di capacità di  spesa, la stessa somma al momento che tornasse in possesso delle somme date per sviluppare l’attività sportiva condotta dalla società, ma bensì una somma con un potere di acquisto assai inferiore, ed è per questo che ne consente l’aumento del capitale sociale tramite l’utilizzo degli utili nei limiti delle variazioni dell’indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, calcolate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) per il periodo corrispondente a quello dell’esercizio sociale in cui gli utili e gli avanzi di gestione sono stati prodotti, oppure alla distribuzione.
Suggeriamo ai lettori di attendere a modificare gli statuti od inserire le nuove clausole nelle prossime costituzioni di ssd, l’uscita di chiarimenti da parte dell’agenzia delle entrate o un “studio”, come nel 2004, del consiglio nazionale del notariato in modo da eliminare ogni dubbio.

[ Luca Mattonai ]
Tributarista Esperto in SSD

Il decreto correttivo alla riforma del lavoro sportivo. Le attività secondarie

Oggi 17 novembre 2022 é entrato in vigore il Decreto Legislativo 163/2022 oggetto di questo studio ad integrazione del precedente Decreto Legislativo 36/2021. La disciplina di questi decreti trova le proprie radici nel T.U.I.R. e cioé nel DPR 917/1986 a cui fece seguito la Legge 398/1991 che tutti gli operatori del mondo sportivo conoscono bene perché concede tutt’ora la determinazione secondo diversi forfait delle imposte reddituali e dell’iva commerciale. Per completezza storica di questo incipit riportiamo la Legge 133/1999 che sono intervenne in adeguamento al mutare della valuta corrente dalla Lira all’Euro ma sopratutto la Legge 289/2002 che all’art. 90 introdusse una radicale riforma dell’associazionismo sportivo. Ciò riguardò i parametri per poter usufruire dell’esenzione fiscale totale delle quote di iscrizione che dei corrispettivi specifici, sebbene con qualche eccezione vedasi susseguirsi nell’art. 148 del T.U.I.R. dei vari commi.

In questi venti anni si era già sentita la necessità di una rivisitazione di quella normativa perché fisiologicamente di certo il mondo in cui viviamo oggi é profondamente differente da quello su cui era intervenuta quella profonda riforma.

Analizziamo in particolare l’art. 4 del già citato D.Lgs. 5 ottobre 2022 n. 163 (c.d. Decreto Correttivo) che integra l’articolo 9 del D.Lgs. 28 febbraio 2021 n. 36 nella misura in cui successivamente al comma 1 che recita:

“Le associazioni e le società sportive dilettantistiche possono esercitare attivita’ diverse da  quelle  principali di cui all’articolo 7, comma 1, lettera  b), a condizione che l’atto costitutivo o lo statuto  lo  consentano  e  che abbiano carattere secondario e  strumentale  rispetto  alle attivita’ istituzionali, secondo criteri e limiti  definiti con decreto del Presidente del  Consiglio dei Ministri  o dell’Autorità politica da esso delegata in materia di sport, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, da adottarsi ai sensi dell’articolo 17,  comma  3, della legge 23 agosto 1988, n. 400″. 

viene aggiunto il comma 1-bis che recita:

“I  proventi derivanti da rapporti di sponsorizzazione, promopubblicitari, cessione di diritti  e indennita’ legate  alla  formazione  degli  atleti  nonché dalla  gestione  di  impianti  e  strutture  sportive sono esclusi dal computo dei criteri e dei  limiti da definire con il decreto di cui al comma 1”. 

Quindi abbiamo una specifica diversificazione tra le attività principali e le attività da ritenere secondarie che non saranno lasciate al libero mercato ma identificate con successivi decreti.

Vale la pena ricordare che per l’attività principale il vecchio art. 90 L. 289/2022 prevedeva unicamente che negli statuti si facesse riferimento all’organizzazione di attività sportive dilettantistiche compresa l’attività didattica mentre ora é richiesto che negli oggetti sociali che le associazioni esercitino in via stabile l’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche, comprese la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica. Tale vincolo non opera per le associazioni che opteranno per la doppia iscrizione Registro CONI – RUNTS e che quindi saranno anche enti del terzo settore. Per gli enti del terzo settore sono già stati previsti dei limiti quantitativi per le attività diverse/secondarie/strumentali che sono stati fissati ad un limite del 30% delle entrate o del 66% dei costi complessivi. Possiamo presumere che il decreto ad hoc per le attività sportive prevederà delle percentuali analoghe. Ne deriva in ogni caso che gli statuti andranno aggiornati, resta da vedere se sarà magari la politica ci regalerà un periodo di moratoria in cui per questi adeguamenti non sia dovuta l’imposta di registro.

Per ciò che riguarda le attivita’ secondarie invece gli statuti dovranno essere modificati affinche’ possano esercitare attività diverse da quelle principali di cui al paragrafo precedente (organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche), purché queste abbiano carattere secondario e strumentale rispetto alle attività istituzionali e secondo criteri e limiti che verranno definiti con apposito decreto. Quindi vanno indicate in modo specifico ed anzi qualora non lo fossero ciò potrebbe essere un problema. Infatti quando il decreto verrà emanato, nonché nei prossimi anni allorquando successivi decreti modificassero l’annovero di tali attività, la non indicazione specifica nello statuto non consentirebbe il richiamo ad attività secondaria anche qualora tale fosse riconosciuta dal solo decreto e non anche dallo statuto.


L’integrazione del comma 1-bis pone tuttavia un parametro invalicabile ai futuri decreti  relativamente alle attività ivi previste che quindi saranno in ogni caso sempre riconosciute come secondarie e strumentali e quindi non decommercializzabili:

  • le sponsorizzazioni;
  • le prestazioni promopubblicitarie;
  • la cessione di diritti e indennità legate alla formazione degli atleti;
  • la gestione di impianti e strutture sportive.

Sebbene sui primi due punti non ci sia nulla su cui porre ragionamenti, già sul terzo punto  ci troviamo di fronte ad una novità sicuramente legata ad un’altra previsione normativa (art. 31) che riguarda l’abolizione dell’istituto del vincolo sportivo a partire dalla prossima stagione sportiva. Benché l’anno sportivo vada dal 1° settembre al 31 agosto dell’anno successivo, tale norma prevede un processo di abolizione a partire dal prossimo 1° settembre 2023. L’articolo prevede infatti che tale abolizione possa essere attuata in via graduale secondo le necessità delle singole Federazioni e quindi riconoscendo alle società a queste affiliate la necessità di adeguarsi attraverso un percorso di ristrutturazione delle prassi sportive. Sopratutto per le poche Federazioni che prevedono il professionismo, in adeguamento alla commercialità della indennità di formazione, é stato innalzato da 12 a 14 anni il limite di età al di sopra del quale é necessario l’assenso del minore ai fini del perfezionamento della procedura. Ciò significa che ogni rinnovo di tesseramento dovrà prevedere la sottoscrizione dell’atleta. A soddisfacimento compensativo per quelle società sportive che hanno formato l’atleta minorenne viene riconosciuto una indennità di formazione generale (non solo tecnica) in caso di stipula del primo contratto di lavoro sportivo. Si rimanda alle singole federazioni sportive l’individuazione delle durate, dei contenuti patrimoniali, delle misure e delle modalità applicative.

Infine l’ultimo punto merita un attimo di attenzione perché richiama in modo esplicito i commi 24, 25 e 26 dell’art. 90 Legge 289/2002 che vengono ora abrogati però a decorrere dal 31 dicembre 2023. Come si legge dal tenore della norma, l’attività di gestione di impianti sportivi essendo oltre ogni ipotesi una attività prettamente commerciale inderogabile anche con i prossimi decreti, non può essere concessa preferenzialità alle associazioni e società sportive laddove un ente pubblico territoriale non possa o non voglia gestire direttamente un impianto sportivo.

Benché quindi questa conseguenza sia logica al mutare dell’ordinamento sportivo mutato, almeno per ciò che riguarda il comma 25 ultimo periodo, forse sarebbe stato meglio non fosse abrogato anch’esso e lasciata alle Regioni la disciplina delle modalità di affidamento.

Di difficile comprensione, per concludere, l’abrogazione del comma 26 che sottrae preferenzialità alle associazioni e società aventi sede nel medesimo comune in cui ha sede l’istituto scolastico o in comuni confinanti per le  Le palestre, le aree di gioco e gli impianti sportivi scolastici, compatibilmente con le esigenze dell’attivita’ didattica e delle attivita’ sportive della scuola, comprese quelle extracurriculari.

[ Alessio Pistone ]
Dottore Commercialista, Consulente del Lavoro, Revisore Legale dei Conti

Il decreto correttivo alla manovra sul lavoro sportivo. Note sul tesseramento

Il DECRETO LEGISLATIVO 28 febbraio 2021, n. 36, riguardante “riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonchè di lavoro sportivo” che attuava l’articolo 5 della legge 8 agosto 2019, n. 86, ha rivoluzionato il mondo sportivo.
Fortunatamente l’originario testo che comportava degli obblighi di difficile sostenibilità economica per il  mondo sportivo è stato modificato dal c.d. “correttivo” della riforma.
Le modifiche più attese e più spesso analizzate discusse e contestate, riguardavano il comparto del lavoro sportivo; tuttavia la revisione ha toccato molti altri aspetti della norma.
Andremo quindi ad analizzare le principali modifiche inerenti la disciplina del “tesseramento” confrontando il testo originale con il testo del correttivo.

DECRETO LEGISLATIVO 28 febbraio 2021, n. 36
Riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonchè di lavoro sportivo

Art. 15 (Tesseramento)
Comma 1. Con l’atto di tesseramento l’atleta instaura un rapporto associativo con la propria associazione o società sportiva o nei casi ammessi, con la  Federazione  Sportiva Nazionale o Disciplina Sportiva Associata.
Comma 2. Il tesserato ha diritto  di  partecipare  all’attività  e  alle competizioni organizzate dalla Federazione Sportiva Nazionale, dalla Disciplina Sportiva Associata, dall’Ente di Promozione Sportiva  di appartenenza dell’associazione  o  dalla  società  sportiva  cui  è associato, nonchè di concorrere, ove  in  possesso  dei  requisiti previsti, a ricoprire le cariche dei relativi organi direttivi  e  di partecipare alle  assemblee  degli  organi consiliari, secondo le previsioni statutarie e regolamentari.
Comma 3. Gli atleti tesserati, nell’esercizio  della  pratica  sportiva, sono tenuti ad osservare le norme dettate dal CONI, dal CIO, dal CIP, dal IPC e dalla federazione nazionale ed internazionale, Disciplina Sportiva Associata o dall’Ente di Promozione Sportiva di appartenenza.

Art. 16 (Tesseramento degli atleti minorenni)
Comma 2.Il minore che abbia compiuto i 12 anni di età non può essere tesserato se non presta personalmente il proprio assenso.
Nel segnalare che la nuova disciplina avrà decorrenza a partire dal 1 gennaio 2023, confrontiamo il Decreto originale ed il Decreto Legislativo 163/2022 (cd. Correttivo del Lavoro Sportivo).

DECRETO LEGISLATIVO 5 ottobre 2022, n. 163
Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, in attuazione dell’articolo 5 della legge 8 agosto 2019, n. 86, recante riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonchè di lavoro sportivo

Art. 15 (Tesseramento)
Comma 1. Il tesseramento è l’atto formale con il quale la persona fisica diviene soggetto dell’ordinamento sportivo ed è autorizzata a svolgere attività sportiva con una associazione o società sportiva e, nei casi ammessi, con una Federazione Sportiva Nazionale o Disciplina Sportiva Associata o Ente di Promozione Sportiva.
Comma 2. Il tesserato ha diritto di partecipare all’attività e alle competizioni organizzate o riconosciute dalla Federazione Sportiva Nazionale, dalla Disciplina Sportiva Associata, dall’Ente di Promozione Sportiva di appartenenza dell’associazione o dalla società sportiva per i quali è tesserato, nonché di concorrere, ove in possesso dei requisiti previsti, a ricoprire le cariche dei relativi organi direttivi e di partecipare alle assemblee degli organi consiliari, secondo le previsioni statutarie e regolamentari
Comma 3. I soggetti tesserati, nell’esercizio della pratica sportiva, sono tenuti ad osservare le norme dettate dal CONI, dal CIO, dal CIP, dal IPC e dalla federazione nazione ed internazionale, Disciplina Sportiva Associata o dall’Ente di Promozione Sportiva di appartenenza

Art. 16 (Tesseramento degli atleti minorenni)
Comma 2.Il minore che abbia compiuto i 14 anni di età non può essere tesserato se non presta personalmente il proprio assenso.
Comma 3. I minori di anni diciotto che non sono cittadini italiani, anche non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno, laddove siano iscritti da almeno un  anno  a  una qualsiasi  classe dell’ordinamento scolastico italiano, possono essere tesserati presso società o associazioni  affiliate  alle  Federazioni Sportive Nazionali, alle Discipline Sportive Associate o agli  Enti di Promozione Sportiva,  anche paralimpici, con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani di cui ai commi 1 e 2.
Comma 4. Il tesseramento di cui  al  comma 3 resta  valido, dopo  il compimento del diciottesimo anno di età, fino al completamento delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei soggetti che, ricorrendo i presupposti di cui alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, hanno presentato tale richiesta.

Dal confronto si evince quanto segue:

1 – viene totalmente cassato il comma 1 dell’art.15 in ragione del fatto che il legislatore aveva erroneamente identificato la figura del “tesserato” sportivo con quella dell’”associato”. Tesi che mal si sposava in particolare con il contesto Federale, laddove ricorre la figura del tesserato non socio ei generale con il mondo delle Società Sportive Dilettantistiche, dove gli atleti utenti non hanno un rapporto associativo con la struttura.
Il “tesserato” è quindi ora il destinatario della norma.
2 – al comma 2, si sottolinea come il tesserato abbia diritto di partecipare all’attività e alle competizioni non solo organizzate ma anche “riconosciute” dalla Federazione Sportiva Nazionale, dalla Disciplina Sportiva Associata, dall’Ente di Promozione Sportiva di appartenenza dell’associazione o dalla società sportiva per i quali è tesserato.
In caso contrario tale diritto avrebbe riguardato una selezione di attività escludendo quelle non direttamente organizzate dal EPS o dalla FSN. Anche in questo comma la definizione di associato viene sostituita dalla più inclusiva “tesserato”.
3 – al comma 3, l’espressione “atleti tesserati ” viene modificata nella più generica “soggetti tesserati”.
Ciò nonostante il titolo del capo I, rimanga invariato (Atleti) .
4 – Per quanto concerne il tesseramento di atleti minorenni di cui all’art.16 , viene previsto che il minore che abbia compiuto i 14 anni di età non possa essere tesserato se non presta personalmente il proprio assenso. Viene pertanto (correttamente a parere dello scrivente) elevata l’età del consenso necessario da 12 a 14 anni.
Si può desumere che, la domanda di tesseramento, debba essere sottoscritta sia da “un” genitore e dal minore.
Infatti con riferimento all’art. 16 va segnalato l’invariato 1 comma che qui riportiamo:
La richiesta di tesseramento del minore deve essere presentata tenendo conto delle capacità’, delle inclinazioni  naturali e delle aspirazioni del minore. Essa può’ essere compiuta  “disgiuntamente” da ciascun genitore nel rispetto della responsabilità’ genitoriale. Si applicano, in caso  di  disaccordo o di esercizio  difforme  dalle decisioni concordate, le disposizioni dell’articolo  316  del  codice civile.  In  caso  di  separazione,  scioglimento,  cessazione  degli effetti  civili, annullamento, nullità’ del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati fuori dal  matrimonio, si applicano le disposizioni di cui agli articoli 337-bis e seguenti del codice civile.
Vengono pertanto superate le problematiche derivanti nei casi di separazione tra coniugi, che alcune Federazioni al fine di evitare possibili contenziosi, avevano risolto imponendo la richiesta congiunta di entrambi i genitori.
Quindi la domanda di tesseramento potrà essere presentata da ciascun genitore disgiuntamente, tenuto conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del minore.
Invariato è l’art.16 comma 3 (ed il consequenziale comma 4) riguardante la possibilità di tesserare stranieri anche non regolari, se scolarizzati.

[ Andrea Albertin ]
Avvocato del Foro di Padova 

Il decreto correttivo alla riforma del Lavoro sportivo

RIPARTO UTILI SSD. DISTRIBUZIONE DIVIDENDI. Tra le novità di maggiore rilievo introdotte dal decreto correttivo (D.Lgs. n.163/2022 in GU 2.11.2022) al D.Lgs. n.36/21 sulla riforma del lavoro sportivo che si applicherà dal 1.1.2023,  è di sicuro interesse la previsione contenuta all’art.28 che regola il rapporto di lavoro sportivo nell’area del dilettantismo. La disposizione prevede infatti che in tale contesto il lavoro sportivo si presume oggetto di contratto di lavoro autonomo, nella forma della collaborazione coordinata e continuativa, quando ricorrono i seguenti requisiti nei confronti del medesimo committente:

a) la durata delle prestazioni oggetto del contratto, pur avendo carattere continuativo, non supera le diciotto ore settimanali, escluso il tempo dedicato alla partecipazione a manifestazioni sportive;

b) le prestazioni oggetto del contratto risultano coordinate sotto il profilo tecnico-sportivo, in osservanza dei regolamenti delle Federazioni Sportive Nazionali, delle Discipline Sportive Associate e degli Enti di Promozione Sportiva.

La presunzione comporta che in presenza di tali due condizioni – che devono sussistere congiuntamente –  il contratto di lavoro applicabile di diritto sarà quello della collaborazione coordinata e continuativa e pertanto un contratto di natura autonoma, così individuato in base all’intensità del rapporto. La prestazione infatti dovrà essere contenuta nel limite delle 18 ore settimanali, escluso il tempo dedicato a gare, trasferte, manifestazioni.

A chi si applica?

La norma è applicabile soltanto ai lavoratori sportivi, come definiti dall’art.25 del D.Lgs. n.36/21 e quindi esclusivamente alle seguenti figure:

atleta, allenatore, istruttore, direttore tecnico, direttore sportivo, preparatore atletico, direttore di gara e ogni tesserato che svolge verso un corrispettivo le mansioni rientranti tra quelle necessarie per lo svolgimento di attività sportiva, sulla base dei regolamenti dei singoli enti affilianti (FSN,DSA,EPS).

Le prime sono le tipiche figure del lavoratore sportivo, mentre per individuare i tesserati che svolgono mansioni necessarie allo svolgimento dell’attività sportiva si dovrà fare riferimento ad appositi regolamenti (c.d. mansionari) che federazioni ed enti di promozione sportiva dovranno adottare sulla base delle esigenze delle specifiche discipline e delle professionalità del settore. Si potranno individuare varie figure ausiliarie come ad esempio segnapunti, raccattapalle, omologatore dei campi, general manager, addetti agli arbitri etc.

Quindi la presunzione in parola non è applicabile ad altri lavoratori che, seppure operanti presso sodalizi sportivi , non siano qualificati come lavoratori sportivi “in senso stretto”: rimangono esclusi  a titolo esemplificativo i manutentori, i giardinieri, i custodi, gli addetti al bar.

Sono esclusi dalla categoria dei lavoratori sportivi anche gli addetti alla segreteria in quanto per espressa previsione normativa, i lavoratori che svolgono prestazioni amministrative-gestionali non sono considerati lavoratori sportivi e pertanto non potranno applicare le specifiche disposizioni per i contratti sportivi. In particolare, non  potranno applicare la presunzione della co.co.co. inferiore alle 18 ore di cui ci stiamo occupando. (Ricordiamo per completezza che a tale categoria di addetti –  nonostante si tratti di lavoratori non sportivi e a differenza di altri lavoratori non sportivi –  sono invece estese le stesse agevolazioni fiscali e previdenziali previste  per il lavoro sportivo dilettantistico).

Come si calcolano le 18 ore?

In base alla lettura della norma non è chiaro come debba considerarsi il limite delle 18 ore settimanali: va rispettato per ogni settimana nel corso dell’intero contratto? O è sufficiente che sia garantita una media annuale?

Sarebbe cioè possibile, ad esempio,  ipotizzare settimane a 20 ore che verrebbero compensate con  altrettante settimane a 16 ore in modo da non alterare nel complesso il limite di legge?

Al momento, in mancanza di indicazioni operative a livello di prassi, si suggerisce per prudenza di non superare settimanalmente il limite previsto ( quindi di mantenere per tutte le settimane una prestazione inferiore alle 18 ore), anche se il calcolo come media annuale sarebbe a nostro avviso più coerente con la peculiarità del sistema sportivo, caratterizzato da periodi di diversa intensità della prestazione lavorativa.

Cosa comporta la presunzione?

La presunzione prevista dalla norma è una presunzione relativa che ammette cioè la prova contraria. In sostanza, il rapporto è considerato autonomo, nella forma della collaborazione coordinata e continuativa, quando rispetta i requisiti dell’art.28 (limite delle 18 ore e coordinamento tecnico sportivo in base ai regolamenti)  ma non in termini assoluti. Infatti si ritiene sempre possibile per il lavoratore o, in caso di verifica, per gli ispettori dell’Ispettorato territoriale del Lavoro, INPS e INAIL, contestare la natura autonoma, sostenendo che il rapporto è invece di tipo subordinato; ma per vincere la presunzione di legge essi dovranno dimostrare, con onere della prova a loro carico,  che il contratto in questione, pur rispettando i parametri legali, nel suo concreto svolgimento presenta gli elementi  propri della subordinazione (assoggettamento gerarchico del lavoratore al  potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro) ed è quindi incompatibile con il modello legale della co.co.co..

Cosa succede se si superano le 18 ore?

E’ sempre possibile stipulare un contratto di  collaborazione coordinata e continuativa con i lavoratori sportivi, anche di durata superiore alle 18 ore settimanali e quindi anche in caso di eventuale sforamento il contratto rimane comunque valido. Tuttavia in questi casi non è più operativa la presunzione prevista dall’art.28 e pertanto sarà maggiormente facilitato l’accertamento della eventuale natura subordinata del rapporto.

Come distinguere autonomia e subordinazione?

In base ai principi generali, applicabili anche al settore sportivo, l’elemento identificativo del lavoro autonomo di cui all’art.2222 c.c. è l’ opera o il servizio come risultato di un’attività organizzata in piena autonomia e a proprio rischio mentre l’elemento fondante del lavoro subordinato di cui all’art.2094 c.c. è il vincolo di soggezione personale del prestatore di lavoro al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del proprio datore; le caratteristiche come la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario, l’assenza di rischio o la forma della retribuzione costituiscono meri indici rilevatori della subordinazione stessa (ex multis Cass. Sez. Lavoro 14.6.2018 n. 15631).

Naturalmente tali aspetti vanno sempre verificati in concreto in base alle effettive e concrete modalità di svolgimento del rapporto rimanendo ininfluente l’inquadramento contrattuale formale, il c.d. nomen del contratto. Si tratta di un principio elaborato dalla Corte Costituzionale fin dagli anni ’90 che afferma l’indisponibilità del rapporto di lavoro subordinato sia per volontà delle parti sia per legge.

Dove si collocano  le co.co.co.?

Nella tradizionale ripartizione tra lavoro autonomo e subordinato, le co.co.co. si collocano nell’area del lavoro autonomo (tanto è vero che anche nella riforma del lavoro sportivo sono correttamente denominate lavoro autonomo, nella forma coordinata e continuativa) e si caratterizzano per una prestazione prevalentemente personale, continuativa e coordinata che presenta cioè una connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell’organizzazione aziendale o nelle finalità perseguite dal committente.

Per mantenere la caratteristica di rapporto autonomo le modalità di tale coordinamento  devono essere concordate preventivamente tra le parti (art.409 co.1 n.3 c.p.c. come integrato dalla L. 81/17 c.d. Jobs Act autonomi) mentre se la prestazione è coordinata ovvero organizzata unilateralmente dal committente, al contratto si applicherà la disciplina del lavoro subordinato. Tale previsione è contenuta nell’art.2 del D.Lgs. 81/2015 che, allo scopo di arginare il fenomeno delle co.co.co. elusive, ha previsto a far data dal 1 gennaio 2016 l’applicazione ex lege del lavoro subordinato alle collaborazioni autonome organizzate dal committente.

Questa disposizione non si applica però alle collaborazioni coordinate e continuative rese per fini istituzionali a favore di ASD/SSD FSN,DSA,EPS e CONI, che, per effetto della deroga contenuta all’art.2 co.2 lett.d) del D.Lgs. n.81/2015, possono quindi validamente stipulare delle collaborazioni coordinate e continuative etero dirette dal committente (c.d. co.co.org.).  Si tratta di un’importante eccezione riservata al settore sportivo dilettantistico e giustificata dalla sua specificità: del resto a ben vedere la stragrande maggioranza dei rapporti instaurati tra asd/ssd soprattutto con istruttori e allenatori, è perfettamente riconducibile allo schema della collaborazione etero diretta, considerato che ferma l’autonomia della prestazione e la mancanza del vincolo di subordinazione, è di regola la società sportiva a determinare le modalità di coordinamento con riferimento ai tempi (turni, corsi, orari, calendario gare) e al luogo di lavoro (impianto sportivo).  Ricordiamo che questa specifica disposizione era stata abrogata dal D.Lgs.36/21 e che invece è stata opportunamente ripristinata dal decreto correttivo in modo da garantire, anche sotto tale aspetto, una più efficace attuazione dei principi della legge delega.

In definitiva gli interventi apportati dal correttivo che interessano proprio i contratti co.co.co. contribuiscono ad una migliore realizzazione degli obiettivi della legge delega che oltre alla tutela del lavoratore impone di salvaguardare la specificità e la stabilità del settore.

L’introduzione della presunzione per i contratti inferiori alle 18 ore e il ripristino della possibilità di instaurare rapporti di co.co.org. per fini istituzionali contribuiscono soprattutto a determinare maggiori certezze applicative ai fini della distinzione  tra lavoro subordinato e autonomo, fondamentale per l’applicazione del rispettivo trattamento contributivo agevolato riservato ai rapporti autonomi e di co.co.co. nell’area del dilettantismo.

 

[ Biancamaria Stivanello ]