01.12.2025
Era mio fratello… Il libro su Fabrizio Quattrocchi
“Sono passati vent’anni. Dalla prima volta che ospitammo Graziella. Era il nostro Decennale e il silenzio di oltre quattrocento ospiti seppe mostrare quanto l’attenzione fosse calamitata verso le sue parole. Un silenzio rotto solo da un lungo e commosso applauso. Parlare oggi, per la presentazione del suo libro, genera ancora in me tanta tanta emozione. E in quella sala, gli stessi silenzi di vent’anni fa…
‘Vi faccio vedere come muore un italiano’. Fabrizio Quattrocchi morì tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese. Noi continuiamo a ricordarlo”. Sono state queste le parole commosse del nostro Presidente Claudio Barbaro nel corso della presentazione del libro di Graziella Quattrocchi sul fratello Fabrizio, moderata dal giornalista Giorgio Rutelli e organizzata da ASI.
Il perché di un libro
“Avevo bisogno di far emergere chi fosse realmente mio fratello, al di là di etichette e strumentalizzazioni”. Queste motivazioni, Graziella le ha riassunte così: la sua famiglia e tanti amici, commilitoni di Fabrizio o persone comuni, le hanno inviato lettere, messaggi e poesie. Questo continuo flusso di testimonianze l’ha spinta a prendere la penna: “Volevo raccontare chi fosse mio fratello, un ragazzo forte che proteggeva i deboli, che odiava la violenza, amava lo sport e stare in compagnia”.
Vi faccio vedere chi era Fabrizio
Fabrizio era cresciuto a Genova. Dopo aver svolto il servizio militare nell’esercito, si era congedato. In seguito, inizialmente lavorò nella panetteria di famiglia quando, a causa di un’allergia alla farina, dovette lasciare quel lavoro. “Da lì — quasi per caso — intraprese la carriera di guardia del corpo e addetto alla sicurezza, conseguendo le certificazioni richieste. Poi accettò un incarico in Iraq come parte di una missione di pace… Non immaginava che sarebbe finito in un teatro di guerra”, spiega ancora Graziella.
Per lei, rappresentare la figura di Fabrizio in modo complessivo — non solo come vittima di un atto terroristico, ma come persona concreta, con una vita, sogni e valori — è stato fondamentale. Il libro nasce da questo bisogno di umanizzarlo, restituendo alle persone “un volto, una storia, una normalità”.
Graziella ha ricordato con dolore l’ultima telefonata ricevuta da Fabrizio, pochi giorni prima che fosse ucciso: “Era il giorno di Pasqua, si fece passare tutti i parenti, parlò uno per uno, chiedeva loro cosa avrebbero mangiato e disse alla mamma che sarebbe tornato presto e di preparargli i piatti preferiti”.
Quelle immagini terribili
Il rapimento, l’angoscia dell’attesa, il video dell’esecuzione non furono solo cronaca ma una tragedia vissuta in prima persona, segnata da un profondo senso di abbandono e incomunicabilità. Secondo Graziella, nessuno avvisò la famiglia: “Sapemmo cosa era accaduto guardando la TV, Porta a Porta”, spiega, ricordando anche la mancanza di sostegno nei giorni successivi e ke difficoltà a sapere quando sarebbe arrivata la salma, silenzi dai canali ufficiali, poche risposte concrete. L’unica eccezione fu il telegramma dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Si ricordi, Graziella, che suo fratello è morto a testa alta”.
Per Graziella, il libro non è solo un memoriale privato: è un modo per difendere la memoria di Fabrizio da anni di fraintendimenti, ingiurie, accuse di quelli – in mezzo a tanta solidarietà – che lo hanno definito «mercenario». “Lui era un agente di sicurezza che si era messo a disposizione per un lavoro”.
L’impegno di Graziella non è semplicemente un tributo a un fratello, ma, in un’epoca in cui la confusione e la strumentalizzazione di storie dolorose è sempre in agguato, il libro ha anche l’esigenza di non lasciare che Fabrizio diventi nemmeno un simbolo. Perché Fabrizio era un uomo. Da raccontare attraverso la concretezza dei ricordi — l’ultima chiamata prima di Pasqua, le speranze, l’amore per la famiglia, gli amici, lo sport — ricostruendo la figura di un ragazzo che non cercava gloria, ma semplicemente sostentamento e normalità. E quel suo grido — «Vi faccio vedere come muore un italiano» cercando di togliersi la benda — che divenne momento tragico e allo stesso tempo simbolico – risuona ancora oggi come monito e memoria.
Graziella, con questo libro, chiede che la vicenda di Fabrizio sia ricordata come una storia “per”: per la memoria, per la dignità, per l’Italia.
Quei primi giorni con ASI
Dal libro di Graziella Quattrocchi
«La prima volta che ho deciso di uscire dalla mia chiusura e dal mio isolamento è stato il 22 luglio del 2004, a Roma. Ricordo ancora chi c’era: l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, il Presidente del CONI Gianni Petrucci e anche il Ministro delle Telecomunicazione Maurizio Gasparri. E a presentare, un famoso giornalista sportivo della Rai, Marco Mazzocchi, per un grande evento in occasione del decennale dell’ASI. Invito recapitatomi personalmente dal Presidente nazionale Claudio Barbaro, persona molto sensibile alle tematiche sportive e umane che già allora aveva avuto un’idea stupenda: mettere in piedi e devolvere una borsa di studio di 5mila euro da assegnare, in nome di Fabrizio, a chi si fosse distinto, per gesta e comportamento, nel mondo dello sport, quell’universo di valori e abnegazione a cui mio fratello era tanto devoto.
Io, timida e ancora bloccata, mi feci accompagnare all’appuntamento da ben due cavalieri: Marco, il figlio di mia cognata, ed Enrico, uno dei più cari amici di Fabrizio.
Ricordo il meraviglioso campo da golf che ospitava l’appuntamento, e un mondo di personalità a cui non ero abituata, e che mi facevano sentire piccola e perduta. Ero letteralmente terrorizzata.
Dovevo leggere il mio discorso e mi torna in mente l’immagine di me stessa con questo foglietto tra le mani, che stritolavo e rileggevo in continuazione, per paura di sbagliare le parole.
Poi, quando venne il momento, d’un fiato, iniziai il mio intervento con queste parole, che meglio di tante altre sintetizzano lo spirito e la voglia che mi guidano ancora oggi: «Se ho trovato la forza di essere qui è perché è maturata in me la convinzione che sia necessario fare da subito qualcosa affinché Fabrizio, e il suo messaggio, non vengano dimenticati. Per questo voglio domandare a tutti presenti di promuovere iniziative per chi si distingue nello studio, nello sport o per meriti umanitari, affinché il suo ricordo possa essere salvaguardato nel tempo».
Mi consegnarono una coppa, tra un frastuono di applausi che sciolse il mio cuore di orgoglio. Tutti lì a sostenermi, a sostenerci, ad allungarsi dietro le transenne per stringermi la mano.
Da luglio 2004, è stato istituito un premio da parte di “ASI Sport&Cultura” una sezione del premio intitolata a Fabrizio, andrà al miglior gesto sportivo compiuto durante l’anno da un atleta, un tecnico, un dirigente o società sportiva.
La lettera di ASI che introduce questo premio dichiara che «si tratta di un riconoscimento a un uomo di sport, un uomo di valore. Il mondo dello sport vive di valori e ci riempie di orgoglio sapere che appartiene a questo mondo un uomo che dei valori ha fatto una bandiera».
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