Il Presidente è sempre responsabile?

La veste giuridica di associazione non riconosciuta, assunta dalla stragrande maggioranza delle a.s.d., è spesso fonte di preoccupazione per i presidenti a causa delle responsabilità connesse alla carica. Infatti per tali associazioni, in quanto prive di personalità giuridica e di autonomia patrimoniale perfetta, vale la regola dell’art.38 del Codice Civile che per le obbligazioni sociali, di natura contrattuale o anche extracontrattuale, incluse le obbligazioni di natura tributaria,  prevede la responsabilità personale e solidale di coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione.

Questa disposizione è posta a tutela dei terzi creditori che in mancanza di forme di pubblicità riguardanti il patrimonio dell’ente – come avviene ad esempio con l’iscrizione al registro delle persona giuridiche private per le associazioni riconosciute o al registro imprese per le s.s.d. a responsabilità limitata  –  potrebbero essere ignari della reale consistenza del fondo comune; è per tale ragione che la norma consente di fare affidamento sulla solvibilità di chi ha contrattato con loro.

Ma la responsabilità personale e illimitata deve sempre e automaticamente attribuirsi al presidente in quanto a norma di statuto legale rappresentante dell’associazione?

Non proprio. La norma infatti non prevede alcun automatismo ma trova il suo fondamento nello svolgimento in concreto dell’attività negoziale. Al riguardo la Corte di Cassazione ha da tempo un orientamento consolidato nello stabilire che  “la responsabilità personale e solidale, prevista dall’art. 38 c.c., di colui che agisce in nome e per conto dell’associazione non riconosciuta non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell’associazione stessa, bensì all’attività negoziale concretamente svolta per suo conto e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra l’ente ed i terzi” e che “ tale responsabilità non concerne, neppure in parte, un debito proprio dell’associato, ma ha carattere accessorio, anche se non sussidiario, rispetto alla responsabilità primaria dell’associazione, con la conseguenza che l’obbligazione, avente natura solidale, di colui che ha agito per essa è inquadrabile fra quelle di garanzia ex lege, assimilabili alla fideiussione” (cfr., ex plurimisCass., sez. 3, 24/10/2008, n. 25748Cass., sez. 3, 29/12/2011, n. 29733).  Pertanto non trattandosi di responsabilità automaticamente legata all’assunzione della carica, vige il principio per cui il creditore che invochi in giudizio tale responsabilità “ha l’onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell’interesse dell’associazione, non essendo sufficiente la prova in ordine alla carica rivestita all’interno dell’ente “ (Cass., sez. 3, 14/12/2007, n. 26290Cass., sez. 3, 24/10/2008, n. 25748Cass., sez. 3, 25/08/2014, n. 18188; Cass., sez. 6-L, 4/04/2017, n. 8752).

Se tale principio è pacifico e ben chiaro con riguardo alle obbligazioni contrattuali – come ad esempio il pagamento di una fornitura, del canone di locazione, della rata di un finanziamento – qualche importante distinguo va fatto però in relazione alle obbligazioni di natura tributaria.

Per i debiti di imposta, anche a seguito di accertamenti svolti dall’agenzia delle entrate, che sorgono ex lege  e non su base contrattuale, il riferimento all’ ”aver agito in nome e per conto dell’associazione” assume infatti una connotazione in parte diversa.

A questo proposito le numerose decisioni della Corte di Cassazione che hanno affrontato la questione, pur ribadendo che la responsabilità non è ricollegata automaticamente alla carica, hanno precisato che la responsabilità grava sul soggetto che, in forza del ruolo rivestito, abbia “diretto la complessiva gestione associativa” ricorrendo a un criterio di direzione e ingerenza effettiva. In base a tale assunto, i giudici hanno quindi limitato la responsabilità personale del soggetto investito di cariche sociali alle sole obbligazioni che siano concretamente insorte nel periodo di relativa investitura (Cass., sez. 5, 12/03/2007, n. 5746; Cass., sez. 6-5, 19/06/2015, n. 12473; Cass., sez. 5, 15/10/2018, n. 25650Cass., sez. 6-5, 29/01/2018, n. 2169Cass., sez. 6-5, 24/02/2020, n. 4747). Tuttavia nell’ipotesi di avvicendamento nella carica sociale di un’associazione non riconosciuta è stato ritenuto – anche per evitare strumentalizzazioni elusive –  che il rappresentante legale subentrante non può andare esente, ai fini fiscali, da responsabilità solidale con l’associazione soltanto per la mancata ingerenza nella pregressa gestione dell’ente, in quanto è obbligato a redigere ed a presentare la dichiarazione dei redditi e ad operare, ove necessario, le rettifiche della stessa: ne deriva che, per l’accertamento della responsabilità personale e solidale del legale rappresentante dell’associazione non riconosciuta con quest’ultima, occorre tenere conto non solo della partecipazione di tale soggetto all’attività dell’ente, ma anche del corretto adempimento degli obblighi tributari incombenti sul medesimo (Cass., sez. 6-5, 23/02/2018, n. 4478; Cass., sez. 6-5, 28/09/2018, n. 22861). In definitiva, secondo tali pronunce, il presidente che subentra in corso d’anno è responsabile anche per la gestione relativa all’anno di imposta precedente se firmatario delle dichiarazioni riferite a tale periodo, nonostante non avesse svolto alcun tipo di ingerenza o direzione.

La responsabilità per debiti tributari, anche se legata alla complessiva direzione dell’ente rimane comunque legata all’attività verso i terzi e infatti in passato la Cassazione ha affermato che non sussiste nei confronti degli amministratori che abbiano deliberato l’atto fonte di obbligazione, ma non abbiano agito all’esterno spendendo il nome dell’associazione (Cass. 4710/81) e comunque ad un criterio di effettività : più di recente la Corte ha escluso la responsabilità di consiglieri che in seno al direttivo avevano svolto un ruolo del tutto irrisorio e marginale  (Cass. 1489/19).

Dal principio di effettività dell’ingerenza si erano invece allontanate  alcune decisioni – in particolare Cass. 1602/19 – laddove affermava che  “per le obbligazioni tributarie di chi svolge compiti di amministrazione e di gestione nell’ambito dell’associazione  deve ritenersi sussistere un principio di presunzione idoneo a far supporre che i predetti soggetti concorrano nelle decisioni volte alla creazione di rapporti obbligatori di natura tributaria per conto dell’associazione” : in tal senso il principio contenuto in tale pronuncia si contrappone anche al tenore dell’art.38 del Codice Civile che esclude qualsiasi automatismo e quindi qualsiasi presunzione con riguardo alla carica formalmente assunta all’interno dell’associazione.

Con una recente decisione  Cass. civ., sez.V, 1.3.2022. n.6626 – la Suprema Corte nell’accogliere il ricorso dell’associazione e del suo presidente  ha riaffermato il principio consolidato, in base al quale non va applicato alcun automatismo nemmeno alle obbligazioni tributarie, ribadendo che si deve invece valutare l’effettività della direzione e dell’ingerenza nella gestione.

Sulla scorta di tale principio ha quindi annullato la decisione della Commissione Tributaria Regionale  perché aver ritenuto dimostrata la responsabilità solidale ex art. 38 c.c. senza previamente accertare, con specifico riferimento alla posizione del ricorrente, quale ruolo egli avesse rivestito all’interno delle associazioni coinvolte nell’accertamento e se e in che misura egli avesse partecipato ad operazioni di gestione in nome e per conto delle stesse.

Rispetto dunque ai precedenti arresti che sembravano volti all’affermazione di una responsabilità in via presuntiva, con una eccessiva e preoccupante  dilatazione del concetto di gestione complessiva dell’ente, la più recente pronuncia ritorna nel solco della precedente elaborazione giurisprudenziale.

Segnaliamo però che nonostante la Corte abbia ribadito che l’assunzione della carica non comporta di per sé la responsabilità personale per debiti di imposta e relative sanzioni, vi è un passaggio importante in tema di onere della prova.  Afferma infatti la Corte che chi invoca in giudizio la responsabilità personale della persona fisica ha l’onere della prova degli elementi da cui desumere la sua qualità di rappresentante e/o di gestore di tutta o di parte dell’attività dell’associazione mentre  grava invece sul soggetto chiamato a rispondere delle obbligazioni ex legedare prova della sua estraneità alla gestione dell’ente.

In definitiva, seppure alla luce di tali principi e con le diverse declinazioni della norma in riferimento alle obbligazioni contrattuali o di natura tributaria, coloro che rivestono ruoli dirigenziali assumono concretamente il rischio di essere chiamati a rispondere per le obbligazioni sociali (e in certi casi, come si è visto sopra, anche in relazioni alla gestione precedente).

Andrebbe quindi sempre attentamente valutata da parte dei sodalizi l’opportunità di acquistare la personalità giuridica che consente all’associazione – al pari di una società di capitali o di una fondazione – di limitare le responsabilità verso i terzi al patrimonio dell’ente, mantenendo inalterati il carattere e la natura di ente associativo, la struttura, l’organizzazione e le finalità non lucrative perseguite.

La procedura ordinaria per il riconoscimento – regolata dal DPR 361/2000 – prevede che il registro delle persone giuridiche sia tenuto presso la prefettura o presso le regioni per le materie attribuite alla competenza delle regioni, tra le quali rientra lo sport. La procedura è in generale lunga, onerosa e complessa anche e soprattutto perché le singole regioni hanno individuato parametri e criteri diversi per valutare la consistenza e la sufficienza del patrimonio a raggiungere lo scopo.

La riforma dello sport però – come già la riforma del terzo settore  – ha introdotto un procedimento in deroga, estremamente semplificato per l’acquisto della personalità giuridica in capo ai sodalizi sportivi che non saranno più obbligati a seguire l’iter ordinario.

IL D.Lgs. n.39/2021 che ha istituito il nuovo  registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche  e che troverà applicazione dal 31 agosto 2022, prevede infatti che la personalità giuridica si possa conseguire attraverso apposita istanza al momento dell’iscrizione al nuovo registro tenuto dal Dipartimento dello sport (e che andrà a sostituire l’attuale registro Coni)

Il procedimento non prevede la consistenza di un patrimonio minimo, a differenza invece di quanto stabilito per le associazioni che siano enti del terzo settore per le quali ai sensi dell’art.22 del D.Lgs. n.117/17  si richiede una somma liquida e disponibile non inferiore a 15.000 euro o la disponibilità di beni il cui corrispondente valore risulti da una perizia giurata. L’iscrizione con personalità giuridica al nuovo registro delle attività sportive dilettantistiche va richiesta ai sensi dell’art.14 del D.Lgs. n.39/2021 dal notaio che ha ricevuto l’atto costitutivo  (o il verbale di associazione già costituita che delibera con le dovute forme e maggioranze la volontà di assumere la veste di associazione riconosciuta) previa verifica della sussistenza delle condizioni previste dalla legge per la costituzione dell’ente e dalle disposizioni riferite alla natura dilettantistica.

 

[  Biancamaria Stivanello  ]
Avvocato del Foro di Padova

 

Collaboratori Sportivi: rapporto di lavoro di natura subordinata?

Secondo il Tribunale di Prato, in composizione monocratica e in funzione di Giudice del Lavoro e della Previdenza e Assistenza obbligatorie, non riveste natura di lavoro subordinato il rapporto con i collaboratori sportivi se non si devono richiedere autorizzazione scritte per le assenze e se vi è organizzazione autonoma dei corsi in base alla disponibilità.

Sul tema esaminiamo una recente Sentenza del tribunale di Prato (Sentenza n.202/2021 pubblicata il 15.02.2022).

Il caso: L’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Prato – Pistoia, con Ordinanza ingiunzione n.150/2018 del 21 maggio 2018, a seguito di un controllo contestava ad una SSDaRL la natura subordinata del rapporto di lavoro di alcuni collaboratori percettori i cosiddetti compensi sportivi, in qualità di istruttori e di collaboratori amministrativo-gestionali, con conseguente calcolo dei contributi previdenziali non versati. L’Ispettorato rilevava come dalle dichiarazioni raccolte in sede di istruttoria fosse emerso con chiarezza che le mansioni e le modalità di svolgimento del lavoro fossero quelle tipiche del rapporto di lavoro subordinato, dal momento che i presunti collaboratori percepivano un compenso proporzionato alle ore di lavoro prestate, erano eterorganizzati ed eterodiretti dal datore di lavoro e non avevano alcuna autonomia nell’organizzazione né nell’esecuzione della prestazione. La società si costituiva a mezzo del suo legale rappresentante sostenendo che la si era avvalsa di collaboratori, con contratti di collaborazione continuata e continuativa, i quali non erano tenuti ad osservare un orario di lavoro, se non quello necessario e richiesto dallo svolgimento della loro attività, e la presenza nei locali della palestra era stabilita autonomamente dai collaboratori stessi, senza vincoli di orario e in assenza di controllo da parte dei titolari dell’attività. Tant’è che non era necessario chiedere permessi per assentarsi, essendo sufficiente coordinarsi con gli altri colleghi; inoltre, i collaboratori non erano soggetti alle direttive e al potere disciplinare della società. Ebbene, l’istruttoria svolta ha dimostrato che i contratti stipulati dalla Società Sportiva non celassero affatto rapporti di tipo subordinato, mancando di tale categoria il requisito, tipico, dell’eterodirezione. In particolare, per coloro che erano impiegati alla reception, dalle dichiarazioni testimoniali è emerso che i turni venivano organizzati in autonomia, mettendosi d’accordo con i colleghi (“non veniva imposto un orario, se riuscivamo ad arrivare ad accordo sul punto e non vi era problema articolavamo l’orario sulla base delle nostre proposte”), in modo da coprire eventuali assenze o impedimenti, senza orari prestabiliti (“per i turni ci mettevamo d’accordo tra di noi, sempre rispettando una rotazione”; “noi ci mettevamo d’accordo come gestire, per quello che ricordo non vi era un orario prestabilito”).

Riguardo a eventuali permessi le testimoni hanno entrambe parlato di una “comunicazione” ai titolari, senza necessità di una loro autorizzazione: in particolare un teste ha affermato “o lo dicevo a Marco o comunque ci si diceva tra noi colleghi”, mentre un altro teste ha affermato: “non ricordo perfettamente, ma mi sembra che in caso di assenza comunicassimo la circostanza a xxxx, era lui la persona di riferimento per qualsiasi questione”. Per quanto riguarda gli istruttori di palestra hanno entrambi confermato una libera gestione degli orari. In particolare, il palinsesto dalla palestra era modulato sulla base della disponibilità data dagli istruttori, i quali erano vincolati soltanto al rispetto degli orari dei rispettivi corsi, che però potevano essere modificati dagli istruttori stessi sulla base delle presenze e delle rispettive esigenze, coordinandosi tra di loro (“in caso di impossibilità mi mettevo d’accordo con xxxx per i corsi”). Una consulente della palestra, che si occupava della vendita degli abbonamenti, riguardo all’orario, ha affermato di ricordare che vi erano dei turni da rispettare, ma di non ricordare chi li gestisse, né a chi dovesse rivolgersi per eventuali permessi o per allontanarsi dal luogo di lavoro. Ha poi chiarito, per quanto riguarda i suoi compensi, che “vi era un fisso, più le provvigioni per i vari abbonamenti”. L’istruttoria svolta, in conclusione, non ha fatto emergere la sussistenza degli indici tipici della subordinazione, quali, ad esempio, un orario di lavoro predeterminato da parte della società datrice di lavoro, la soggezione dei collaboratori alle direttive della società per quanto riguarda le modalità e i tempi di svolgimento delle mansioni o, ancora, la loro soggezione al potere disciplinare del datore di lavoro. Invero, non può ritenersi provata l’eterodirezione per il fatto che i dichiaranti, in sede amministrativa, hanno affermato che le assenze dovevano essere comunicate “ai vari amministratori che si sono succeduti” o che era necessario chiedere “un permesso” per allontanarsi da lavoro o, ancora, che erano gli amministratori a indicare i turni di lavoro.

A ben guardare, anzi, si tratta di affermazioni compatibili con le dichiarazioni poi rese in udienza. Basti pensare, con riferimento alle assenze, che nessuno in occasione dell’istruttoria amministrativa ha mai fatto menzione della necessità di acquisire una preventiva autorizzazione, di modo che la semplice comunicazione ai titolari (peraltro confermata in sede di udienza) ben può ritenersi ragionevole nell’ottica della necessità di organizzare l’attività della palestra. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi in relazione agli orari, rispetto ai quali non è emersa una predeterminazione da parte dei gestori, ma solo la loro “indicazione” da parte di tali soggetti, del tutto compatibile con quanto affermato davanti al giudice e, cioè, che gli orari erano stabiliti sulla base delle disponibilità comunicate dai collaboratori, i quali erano poi liberi di modificare i turni in corso d’opera a seconda dell’attività da svolgere (nulla è stato detto in sede di istruttoria amministrativa, invece, rispetto alla possibilità di organizzarsi autonomamente tra colleghi per modificare i turni).

PER CONCLUDERE Il Tribunale di Prato, in composizione monocratica e in funzione di giudice del lavoro e della previdenza e assistenza obbligatorie di primo grado, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza, eccezione e difesa disattesa, accoglie il ricorso e per l’effetto annulla l’ordinanza ingiunzione opposta. Risulta evidente che per definire la natura del rapporto di lavoro dei collaboratori sportivi come subordinata occorre provare e dimostrare in giudizio la eterodirezione da parte del legale rappresentante della Società Sportiva. La mancata richiesta delle autorizzazioni scritte per le assenze e l’organizzazione autonoma dei corsi in base alla disponibilità dei collaboratori stessi sono stati ritenuti elementi idonei e sufficienti a provare la mancanza della suddetta eterodirezione.

[  Francesco Banchelli  ]
Avvocato del Foro di Pisa

L’esenzione contributiva dei compensi erogati ai collaboratori da enti sportivi dilettantistici alla luce delle recenti sentenze della Corte di Cassazione

Nel mese di dicembre 2021 e nei primi mesi del 2022 la Corte di Cassazione ha emesso numerose sentenze, tutte conformi tra loro, relativamente alla posizione previdenziale dei soggetti che prestano collaborazioni sportive (o a sostegno dell’attività sportiva, anche se consistenti in attività di carattere amministrativo-gestionale) in favore di enti sportivi dilettantistici, di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), D.P.R. n. 917/1986 (senza pretesa di completezza, Cass., 23 dicembre 2021, nn. 41397, 41418, 41419 e 41420; Cass., 24 dicembre 2021, nn. 41467 e 41468; Cass., 27 dicembre 2021, n. 41570; Cass., 14 gennaio 2022, nn. 1091, 1092 e 1095; Cass., 24 gennaio 2022, nn. 2000, 2001, 2002, 2004 e 2008; Cass., 8 febbraio 2022, nn. 3964 e 3965).

Le controversie da cui scaturiscono le sentenze della Suprema Corte sono nate in seguito alle contestazioni, rivolte dall’ENPALS (che dal gennaio 2012 è confluito nell’INPS) a diversi enti sportivi dilettantistici, relative all’omesso versamento di contributi previdenziali riguardanti le posizioni lavorative di istruttori sportivi e collaboratori amministrativo-gestionali. In particolare, l’ENPALS, in ragione dell’estensione dell’ambito di applicazione del D.Lgs. C.P.S. n. 708/1947, aveva ritenuto corretto assoggettare le collaborazioni sportive dilettantistiche al relativo obbligo previdenziale. L’art. 3, comma 1, D.Lgs. C.P.S. n. 708/1947, così come integrato e rimodulato, da ultimo, dal D.M. 15 marzo 2005, sancisce infatti l’obbligo di iscrizione all’ENPALS, con conseguente assoggettamento agli obblighi previdenziali – a prescindere della natura subordinata, parasubordinata o autonoma del rapporto di lavoro – di «impiegati, operai, istruttori e addetti agli impianti e circoli sportivi di qualsiasi genere, palestre, sale fitness, stadi, sferisteri, campi sportivi, autodromi», nonché di «direttori tecnici, massaggiatori, istruttori e dipendenti delle società sportive».
La questione riguarda dunque la possibilità di estendere l’obbligo previdenziale alle collaborazioni sportive ed amministrativo-gestionali, svolte in favore di enti sportivi dilettantistici, federazioni sportive ed enti di promozione sportiva, di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), del D.P.R. n. 917/1986; collaborazioni che, come è noto, ai sensi del successivo art. 69, comma 2, sono esenti da imposta qualora retribuite nel limite annuo di € 10.000,00.

Ai sensi dell’art. 67, comma 1, «sono redditi diversi se non costituiscono redditi di capitale ovvero se non sono conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o di società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente: […] m) le indennità di trasferta, i rimborsi forfetari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filo-drammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalla società Sport e salute Spa, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’Unione Nazionale per l’Incremento delle Razze Equine (UNIRE), dagli enti di promozione sportiva, dagli enti VSS (Verband der Südtiroler Sportvereine Federazione delle associazioni sportive della Provincia autonoma di Bolzano) e USSA (Unione delle società sportive altoatesine) operanti prevalentemente nella provincia autonoma di Bolzano e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto. Tale disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche».

L’art. 35, comma 5, D.L. n. 207/2008, ha chiarito che nell’«esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche» di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), sono ricomprese la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica. Sia l’ENPALS, con circolare n. 18/2009, sia l’Agenzia delle Entrate, con risoluzione 17 maggio 2010, n. 38/E, hanno ritenuto che l’intervento normativo recato dal predetto art. 35, comma 5, D.L. n. 207/2008, abbia ampliato il novero delle prestazioni di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), del D.P.R. n. 917/1986, eliminando il requisito del collegamento fra l’attività resa dal percipiente e l’effettuazione della manifestazione sportiva. Ne consegue che godono dell’agevolazione di cui agli artt. 67 e 69 del D.P.R. n. 917/1986 anche i soggetti che non svolgono un’attività durante (o finalizzata ad) una determinata manifestazione sportiva, ma rendono le prestazioni indicate – formazione, didattica, preparazione e assistenza all’attività sportiva dilettantistica – a prescindere dalla realizzazione di una manifestazione sportiva.
Dalla lettura dell’art. 67, comma 1, lett. m), emerge come siano riconducibili all’ambito di applicazione della medesima disposizione solamente le attività, aventi natura non professionale, diverse da quelle esercitate nell’ambito di un’arte o di una professione (lavoro autonomo), da quelle relative all’esercizio di un’attività d’impresa, e, infine, da quelle esercitate in relazione alla qualità di lavoratore dipendente.
Come precisato dall’ENPALS nella circolare n. 13/2006, sono da considerarsi esercitate nell’ambito di un’arte o professione quelle attività che: 1) per essere svolte, necessitano di conoscenze tecnico-specialistiche; 2) sono svolte abitualmente, ancorché non in via esclusiva né preminente; 3) comportano la percezione di somme non marginali. Nella medesima circolare, si è inoltre chiarito come il termine “abitualità” indichi un’attività caratterizzata da ripetitività, stabilità e sistematicità dei comportamenti, avendo esso significato contrario a quello di “occasionalità”, che è invece delineato dai caratteri della contingenza, dell’eventualità e della secondarietà.

In ordine alla natura non professionale dell’attività svolta dai collaboratori di cui all’art. 67, comma 1, lett. m), l’Ispettorato del Lavoro, con circolare 1 dicembre 2016, ha precisato che, «le qualifiche acquisite dai singoli soggetti attraverso appositi corsi di formazione promossi dalle singole federazioni, nonché la loro iscrizione in albi o elenchi tenuti dalle Federazioni o dal CONI attestanti la capacità di esercitare direttamente attività di formazione, non possono essere considerati di per sé elementi per ricondurre i redditi percepiti da tali soggetti tra quelli aventi “natura professionale”».

In assenza di una specifica disciplina che regoli i rapporti intercorrenti tra gli enti sportivi dilettantistici ed i soggetti che intervengono a vario titolo nello svolgimento delle attività che caratterizzano gli stessi, si è ritenuto che la qualifica come redditi diversi dei compensi derivanti dalle attività indicate nell’art. 67, comma 1, lett. m), comporti l’esclusione degli stessi sia dal prelievo assicurativo (circolare INAIL 18 marzo 2004, n. 22), sia da quello previdenziale (circolari INPS nn. 32/2001, 42/2003 e 9/2004; in tal senso si è espressa anche la Cassazione con le sentenze nn. 11492, 21535 e 24365 del 2019 e n. 11375 del 2020).
Con le numerose sentenze emesse tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, la Corte di Cassazione ha deciso di dare continuità a tale orientamento.
Ciò non significa tuttavia, come peraltro sottolineato dalla medesima Corte, che l’art. 67, comma 1, lett. m), D.P.R. n. 917/1988, individui un’area di automatica esenzione dall’obbligo contributivo invocabile dagli enti sportivi formalmente qualificati come dilettantistici, a prescindere dall’effettiva e concreta prova della presenza dei requisiti richiesti dalla citata disposizione.

La Corte ha infatti ritenuto che l’art. 67, comma 1, lett. m), D.P.R. n. 917/1986, determini effetti eccettuativi anche rispetto all’obbligo contributivo previdenziale, non risultando soggette a tale obbligo le prestazioni in esso indicate, a condizione che chi invoca l’esenzione dimostri che:
– le prestazioni siano compensate nei limiti monetari di cui all’art. 69, comma 2, del D.P.R. n. 917/1986 (ovvero fino ad € 10.000,00 per ciascun periodo d’imposta);
– le prestazioni rese non siano compensate in relazione all’attività di offerta del servizio sportivo svolta da lavoratori autonomi o da imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente assunta dal prestatore;
– tali prestazioni siano rese in favore di associazioni o società che non solo risultano qualificate come dilettantistiche, ma che in concreto posseggono tale requisito di natura sostanziale, ossia svolgono effettivamente l’attività senza fine di lucro e, quindi, operano concretamente in modo conforme a quanto indicato nelle clausole dell’atto costitutivo e dello statuto, il cui onere probatorio ricade sulla parte contribuente, e non può ritenersi soddisfatto dal solo dato dell’affiliazione ad una federazione sportiva o al CONI;
– le prestazioni siano rese nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche e cioè che siano rese in ragione del vincolo associativo esistente tra il prestatore e l’associazione o la società;
– il soggetto che rende la prestazione e riceve il compenso non svolga tale attività con carattere di professionalità e cioè in corrispondenza all’arte o professione abitualmente esercitata anche se in modo non esclusivo.

In relazione a quanto affermato dalla Corte di Cassazione, sorge spontaneo interrogarsi relativamente al caso in cui il limite di € 10.000,00, posto dall’art. 69, comma 2, D.P.R. n. 917/1986, venga superato. Nessun problema parrebbe porsi dal punto di vista tributario, in quanto i redditi rimarrebbero classificabili come redditi diversi, con applicazione – come previsto dall’art. 25 della L. 13 maggio 1999, n. 133 – di una ritenuta a titolo d’imposta pari al 23% per la parte di reddito compresa tra € 10.000,00 ed € 30.658,28 ed a titolo d’acconto per la parte che eccede tale ultimo importo.
Permanendo la classificazione come redditi diversi, i redditi percepiti dai collaboratori sportivi, anche di importo superiore ad € 10.000,00, sembrerebbero essere esclusi dall’obbligo contributivo. Ciò tuttavia potrebbe porsi in contrasto con quanto affermato dalla Corte di Cassazione nelle sentenze in commento, la quale peraltro pare aver espressamente condizionato l’esonero contributivo al rispetto del limite posto dall’art. 69, comma 2, D.P.R. n. 917/1986.
Evidenti sono, infatti, le difficoltà relative all’esclusione, a fronte della percezione di un reddito annuo d’ammontare maggiore di € 10.000,00, dei requisiti di abitualità e professionalità. Ciò specialmente se si tiene in considerazione quanto affermato dall’ENPALS nella circolare n. 13/2006, ovvero, da un lato, che «si può parlare di reddito professionale laddove […] la misura delle somme complessivamente percepite non abbia caratteristiche di marginalità»; dall’altro, che «la professionalità ricorre anche se vi siano normali interruzioni nell’esercizio dell’attività. […] attività professionale non significa attività esclusiva e neppure attività prevalente; la professionalità non è infatti incompatibile con il compimento di un singolo affare, in quanto lo stesso può implicare una molteplicità di atti tali da fare assumere all’attività carattere stabile».
A ciò si aggiunga che i proventi derivanti dall’attività prestata in favore degli enti sportivi dilettantistici, per poter essere qualificati come redditi diversi, e pertanto esclusi dall’obbligo previdenziale, non devono derivare nemmeno da prestazioni di lavoro subordinato. Pertanto, l’esonero contributivo sembra altresì da escludere ogni qual volta ci si trovi dinnanzi ad una di quelle attività prestate, «con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri», di cui all’art. 49 del D.P.R. n. 917/1986, in tema di redditi da lavoro dipendente.

 

[  Matteo Clò  ]
Avvocato in Modena|

Collaboratori Sportivi: le CU, il Modello 730 e il Modello Redditi

Come di consuetudine, ogni anno, i sostituti d’imposta sono tenuti ad inviare all’Agenzia delle Entrate, in via telematica, e a consegnare ai percipienti, in modalità cartacea od elettronica, le Certificazioni Uniche (anche indicate con l’acronimo CU). Ciò avviene per coloro che nel corso del periodo d’imposta precedente hanno erogato compensi per lavoro dipendente, pensione, lavoro autonomo o compensi rientranti nella categoria dei redditi diversi. Tramite le Certificazioni, i sostituti attestano l’ammontare dei compensi corrisposti e le ritenute sugli stessi eventualmente operate, nonché i dati relativi ai contributi previdenziali ed assistenziali ove richiesti.
Ai sensi dall’art. 4 del D.P.R. 22.7.1998, n. 322, la Certificazione Unica è stata introdotta come certificato unico dipendente (CUD), decreto poi modificato dal legislatore fiscale nel 2015, includendo anche i redditi da lavoro autonomo e i redditi diversi.
Dunque saranno obbligate ad inviare le CU, in modalità telematica all’Agenzia delle Entrate, anche le associazioni e le società sportive dilettantistiche che corrispondono compensi a collaboratori sportivi, amministrativo-gestionali, e a lavoratori autonomi (con o senza partita IVA).
Pertanto, nel caso in cui le associazioni o società sportive dilettantistiche abbiano corrisposto compensi per collaborazioni sportive o amministrativo-gestionali ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. m) del T.U.I.R. entro il limite dei 10.000 euro annui, le stesse sono tenute al solo invio della Certificazione Unica, non sussistendo ritenute fiscali o previdenziali operate.
Per contro, nel caso in cui abbiano corrisposto compensi della medesima natura eccedenti tali limiti, quindi assoggettati a ritenuta, saranno tenuti anche alla trasmissione del Modello 770.

Quali sono le novità del Modello CU 2022?

La CU 2022 relativa al periodo d’imposta 2021 presenta delle novità rispetto alle CU 2021 periodo d’imposta 2020, come di seguito:

  • al punto 6, nella sezione lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, per compensi corrisposti ai contribuenti in regime forfettario, deve essere indicato il codice 24, ex codice 12;
  • al punto 7, i redditi esenti ovvero le somme che non costituiscono reddito, dovranno essere indicate con il codice 22, ex codice 8;
  • per indicare i compensi corrisposti ai contribuenti in regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità (ex art. 27 D.L. 98/2011), da quest’anno si utilizza il codice 21 piuttosto che il codice 7 come da CU 2021.

Sono un collaboratore sportivo e ho percepito le indennità previste da Sport e Salute. Fanno cumulo con i compensi percepiti dalle A.S.D./S.S.D.? Devo dichiararli nel Modello 730 o nel Modello Redditi?

Come per il 2020, Sport e Salute SPA, ha inviato ai collaboratori sportivi che hanno percepito le indennità riconosciute dal D.L. n.41 del 22 marzo 2021 conosciuto come “Decreto Sostegni” e dal D.L. n.73 del 25 maggio 2021 conosciuto come “Decreto Sostegni-bis”, la CU 2022.
Ci si chiede se facciano cumulo o meno con i compensi sportivi percepiti dalle a.s.d./s.s.d. e se sono soggetti all’obbligo di dichiarazione nel Modello 730 o nel Modello Redditi.
Si conferma, come per l’anno passato, la risposta negativa. Infatti, come ribadito da Sport e Salute: le indennità per i collaboratori tecnico sportivo dilettantistici corrisposti da Sport e Salute Spa […] non concorrono alla formazione del reddito e non concorrono al cumulo delle indennità per i collaboratori tecnico sportivo dilettantistici corrisposti da altri sostituti d’imposta”.

Sono un collaboratore sportivo, quando sono tenuto a presentare il Modello 730 o il Modello Redditi?

Alla domanda se l’importo percepito durante il periodo d’imposta precedente e quindi certificato tramite la CU debba essere dichiarato nel modello 730 e nel Modello Redditi oppure no, si può rispondere tramite quanto disposto dall’art. 67 del TUIR da cui si desume che:

  • i primi 10.000,00 euro complessivamente percepiti nel periodo d’imposta non concorrono alla formazione del reddito imponibile IRPEF. Quindi dentro la soglia dei 10.000,00 euro, il contribuente non è tenuto alla presentazione della dichiarazione dei redditi;
  • superati i 10.000,00 euro e fino a 30.658,28 euro viene applicata una ritenuta a titolo d’imposta del 23%, maggiorata di addizionale regionale e comunale. Anche questi redditi non devono essere dichiarati poiché sono già stati tassati alla fonte alla a.s.d./s.s.d. erogante;
  • superati i 30.658,28 euro viene operata una ritenuta a titolo d’acconto assoggettata poi ai fini IRPEF in modo ordinario in dichiarazione dei redditi.

Vediamo quindi come la CU per un collaboratore sportivo, sia l’elemento che identifica se il collaboratore stesso debba presentare o meno la propria dichiarazione dei redditi sempre nel caso in cui non abbia altri redditi dichiarare.

Per altre informazioni, si rimanda ai seguenti articoli correlati:
CU 2022: scadenza 16 marzo 2022 dell’Avv. Andrea Albertin;
CERTIFICAZIONE UNICA: PREVISTA LA SANATORIA PER GLI ANNI 2015-2017 dell’Avv. Andrea Albertin.

[  Salvatore Parrinello  ]
www.asisportfisco.it

Credito di imposta per le sponsorizzazioni sportive. Disponibile la nuova piattaforma

Il Dipartimento per lo sport comunica che è online la piattaforma per l’invio delle domande di riconoscimento per usufruire del credito di imposta per le sponsorizzazioni sportive a valere sulle operazioni svolte nell’anno fiscale 2021.

È stata anche resa disponibile una guida operativa alla compilazione della domanda.

I destinatari della misura saranno i lavoratori autonomi, le imprese e gli enti non commerciali che hanno effettuato investimenti in campagne pubblicitarie, incluse le sponsorizzazioni, nei confronti di leghe che organizzano campionati nazionali a squadre nell’ambito delle discipline olimpiche ovvero società sportive professionistiche e società ed associazioni sportive dilettantistiche iscritte al registro CONI operanti in discipline ammesse ai Giochi Olimpici e che svolgono attività sportiva giovanile un contributo, sotto forma di credito d’imposta, pari al 50% degli investimenti effettuati a decorrere dal 1° gennaio 2021 e fino al 31 dicembre 2021.

L’articolo 10 del decreto legge 25 maggio 2021, n.73, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 luglio 2021 n. 106, ha infatti esteso anche per l’anno di imposta 2021, le disposizioni previste dall’articolo 81, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2020, n.104, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 ottobre 2020, n.126.

La domanda di riconoscimento del suddetto contributo potrà essere effettuata tramite una piattaforma online che attiva dal 5 aprile 2022 e che consentirà una maggiore celerità nel riconoscimento del credito. Non saranno prese in considerazione domande che perverranno con modalità diversa da quella prevista o al di fuori dei termini stabiliti.

Il termine di presentazione delle domande è fissato al 5 giugno 2022. 

Con riferimento alla proroga del riconoscimento del credito d’imposta di cui trattasi per il primo trimestre 2022, si precisa che la relativa procedura di richiesta verrà avviata al termine di quella prevista in questa sede per il 2021.