29.12.2016

Sportivando

Venti anni di occasioni perse

Dall’introduzione del fine di lucro per le società  calcistiche all’abolizione della Fondazione per la mutualità  sportiva: ritratto di un calcio poco solidaristico (leggi l'articolo direttamente su Primato).

IL FINE DI LUCRO PER IL CALCIO
Era il 1996 quando un governo di sinistra decise di concedere alle società  di calcio la possibilità  di perseguire fini di lucro, accelerando la latente crisi del Totocalcio e contribuendo ad inaridire le fonti di finanziamento dello sport italiano. ASI, insieme ad Alleanza Nazionale, fu tra i soggetti più attivi nel contestare il provvedimento. Il lucro fu, infatti, la premessa per l'introduzione dei diritti televisivi soggettivi, che divennero la prima fonte di finanziamento delle società  calcistiche. Queste, pur di vendere al meglio il proprio prodotto spalmarono le partite tra il sabato e il lunedà¬, ‘confezionando’ il c.d. ‘campionato spezzatino’. Di fronte ad una schedina del Totocalcio basata solo su 4/5 partite di Serie A, gli scommettitori furono costretti a giocare su squadre di Serie B meno conosciute e più difficili da pronosticare.
Fu dunque l’indebolimento del Totocalcio ad impoverire drasticamente lo sport italiano, obbligando di fatto lo Stato ad intervenire per salvare il CONI dal fallimento con la previsione di un sistema pubblico di finanziamento annuale in sostituzione di quello vigente. 
 
L'ABOLIZIONE DELLA FONDAZIONE PER LA MUTUALITA'
Il calcio smetteva allora di contribuire al sostegno dell’intero sistema. Ma oggi la situazione non è cambiata, anzi: la storia si ripete, come correttamente registra un articolo pubblicato dalla Gazzetta dello Sport (il 18 novembre pag. 11, ndr) . Ancora una volta un esecutivo di sinistra ha infatti permesso l’abolizione della Fondazione la Mutualità  Generale negli Sport Professionistici a Squadre, istituita con la Legge Melandri per obbligare il mondo del pallone a ‘sostenere’ gli altri movimenti sportivi. Il 4% dei proventi provenienti dalla vendita dei diritti tv che la Fondazione distribuiva sarà  gestito direttamente dalla FIGC, con l’altro 6% che la Lega di A destinava alla Serie B e alla Lega Pro. Si tratta quindi del 10% di tutti i ricavi da diritti tv – più o meno 110 milioni di euro – che la Federcalcio dovrà  tuttavia distribuire con modalità  e percentuali prestabilite, solo all'interno del proprio mondo: 6% alla Serie B, 2% alla Lega Pro, 1% ai Dilettanti e un residuo 1% per se stessa.
 
CALCIO-SPORT: DIVORZIO ALL'ORIZZONTE?
E’ l’ennesima occasione mancata per il mondo del pallone (nonché un enorme paradosso: la sinistra continua a difendere uno sport di élite a discapito delle discipline sportive meno diffuse), industria sempre più chiusa in sé stessa e sempre meno capace di incarnare quello spirito genuino con cui molti di noi anni fa giocavano in campetti improvvisati e tornavano con i ginocchi sbucciati. Continuando di questo passo il calcio potrebbe distaccarsi dal sistema sportivo nel suo complesso.
 
DUBBI SULLA VALIDITA' DEL SISTEMA DI FINANZIAMENTO ALLO SPORT
Ci domandiamo a questo punto che senso abbia continuare a finanziare con risorse pubbliche un mondo cosଠmarcatamente individualista, popolato da società  diventate realtà  commerciali (si pensi a quelle quotate in borsa, sottoposte alla vigilanza della Consob e quindi solo marginalmente controllate dall'ordinamento sportivo)per di più capace di produrre il triplo del bilancio annuo del CONI. Che senso ha prevedere che sia lo Stato ad accollarsi i costi per la sicurezza durante le partite di calcio, quando esiste un’industria-calcio capace di pensare e agire imprenditorialmente.

 

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