07.07.2021

Sportivando

Lo sport italiano ha le stellette

Dalla rivista Primato, luglio 2021.

Senza i gruppi Militari non sarebbe possibile l’attività di vertice nel nostro Paese

Tokyo. Sono 384 gli italiani in Giappone, 197 uomini e 187 donne. Roma è la città più rappresentata con 34 atleti partecipanti. Un bel record se torniamo lì dove siamo partiti. Un salto indietro a 150 anni fa, mese più mese meno, quando il Generale Cadorna perforò le difese di Porta Pia. I Bersaglieri del 35° battaglione, davano inizio all’ingresso degli italiani in Roma. Con loro entrava, a ritmo della fanfara, anche lo Sport: con le discipline di origine militare, la Scherma, l’Equitazione, il Tiro, la Lotta, il Ciclismo, la Ginnastica. Si, perché, prima di quella data, a Roma dello sport di popolo non v’era gran traccia. Certo, i nobili tiravano di sciabola e c’era la caccia alla volpe sulle colline del Flaminio ma il volgo giocava a ruzzica e passava il tempo libero nelle osterie tra morra e giochi di carte. Salvo darsele di santa ragione a Campo Vaccino, il Foro romano, con l’ospedale di zona a pochi passi. Borgo contro Trastevere era il derby più giocato. Un po’ come Lazio contro Roma.
A supportare questa ricostruzione anche primi manuali di Educazione fisica comparati a quelli di istruzione dell’Esercito o ai regolamenti delle palestre di fine ‘800: tutti con i medesimi autori. Militari.
Ritornando ai giorni nostri, se andiamo a svelare il cartellino dei ragazzi partiti per il Giappone, quelli appartenenti ai club militari e corpi dello Stato, costituiscono una maggioranza schiacciante: sono 252. Quasi il 70% del totale. Le Fiamme Oro fanno la parte del leone con 69 atleti, seguiti da Fiamme Gialle (48), Carabinieri (39), Esercito (31), Aeronautica (30), Fiamme Azzurre (20), Marina (14) e Vigili del Fuoco con un rappresentante.
(Nota a margine. Il primo gruppo non mili- tare nell’elenco delle presenze in Giappone – con 9 atleti – risulta il Canottieri Aniene di Giovanni Malagò).
Militari eredi di una tradizione più che cen- tenaria. Ai Giochi di Londra del 1908 Enrico Porro vinse il primo oro con le stellette, nella Lotta Greco-Romana. Era un marinaio imbarcato sul cacciatorpediniere Castelfidardo della Regia Marina. Centododici anni dopo Vito Dell’Aquila, Carabiniere, conquista a Tokyo il primo oro Azzurro. Complessivamente, i corpi militari, incubatori e attrattori di talenti, hanno fatto guadagnare l’80% degli allori olimpici alla nostra nazione. Addirittura, a Rio, su 28 medaglie azzurre, 26 erano militari.
Attualmente lo Stato sostiene economicamente, con le sue Forze Armate e con i suoi corpi di polizia, 2500 tra atleti, tecnici e dirigenti sportivi, tradizione regolamentata grazie alla Legge 78 del 2000. Il primo Paese occidentale in quanto ad ‘Atleti di Stato’, termine di sovietica memoria. Molti sostengono, dati alla mano, che il numero Uno dello Sport italiano sarebbe proprio il Ministero della Difesa. Eppure, la gestione dello Sport italiano è nelle mani del CONI, un altro Ente pubblico che dipende dallo Stato.
Il CONI cura ufficialmente lo sport olimpico che ottiene risultati generalmente eccellenti per un piccolo Paese come il nostro: ma, complice una certa stampa, e come già più volte sottolineato, ‘contrabbanda’ mediaticamente per propria una vittoria dello Stato.
La cultura sportiva nel nostro Paese fa acqua. A mettere la polvere sotto il tappeto, eccellenze come i militari se parliamo di sport di vertice. E le migliaia di associazioni e società sportive che contribuiscono a formare i nostri giovani sostituendosi al lavoro del CONI, secondo le funzioni attribuitegli, prima della recente riforma. Realtà associative spesso a gestione familiare messe a dura prova, per inciso, dal Covid e da decisioni scellerate che si reiterano di mese in mese e di Governo in Governo. Altro discorso è quello di un sistema scolastico che andrebbe profondamente riformato e non solo per gli aspetti sportivi.
Sfatato il falso mito del modello italiano all’estero, ribadiamo come alla sportività del Paese, ricondotta al metallo conquistato, non corrisponda una cultura sportiva a 360 gradi.
Cosa serve a capire che occorre proseguire nel processo di riforma iniziato e ancora da completare? E che il nostro Comitato Olimpico e talune Federazioni non devono arroccarsi su posizioni autoreferenziali? Se vogliamo vincere la battaglia e non perdere terreno, rispetto agli altri Paesi – la concorrenza è cresciuta molto, con varie Nazioni emergenti – dobbiamo lasciare da parte interessi di bottega. La strada delle riforme è ancora lunga e va percorsa senza tentennamenti. E con la volontà di cambiare.

Lo sport merita rispetto. Lo sport merita coraggio.

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