01.03.2023
L’inattività è un problema di tutti
Dalla rivista Primato. febbraio 2023.
Assioma: principio evidente che non ha bisogno di esser dimostrato, posto a fondamento di una teoria. Uno di questi, ben noto da tempo, corrisponde certamente a sport e salute. Un’attività fisica regolare riduce il rischio di malattie, favorisce il potenziamento del sistema immunitario, di una massa corporea più sana, del miglioramento della salute delle ossa e delle funzioni cognitive. E, di contro, un’assenza di pratica sportiva – ed errata alimentazione – aumenta il rischio di coronaropatie, malattie cardiache, ipertensione, ictus, insulino-resistenza, diabete, alcuni tipi di cancro, depressione, ansia, malattie neurodegenerative e cadute. L’attività fisica, insomma, è una sorta di salvacondotto per una vita più sana. A “ricordarlo” arrivano ogni tanto dati e ricerche. L’ultimo di questi è di OCSE/OMS e denuncia che, in Europa, un adulto europeo su tre non pratica attività fisica. Secondo l’analisi ciò si tradurrà in 11,5 milioni di nuove persone affette da malattie non trasmissibili entro il 2050, con un costo medio per gli Stati membri dell’Unione europea equivalente al totale delle spese sanitarie di Lituania e Lussemburgo messe insieme. Investire nelle politiche sull’attività fisica migliora il benessere individuale e la salute della popolazione e restituisce 1,7 euro di benefici economici per ogni euro investito, viene altresì sottolineato nell’analisi. François Carré, cardiologo e docente universitario all’Università Rennes, che ha condotto lo studio, è stato drastico: “Oggi i bambini preparano il loro infarto dei 30 anni. Ne abbiamo la prova perché il loro colesterolo è elevato, la loro pressione è alta, il diabete è più frequente e sono fattori che facilitano l’infarto. Oggi sappiamo che a 30 anni la prima causa di arresto cardiaco è l’infarto, prima era a 45 anni”. La ricerca chiede il rispetto delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di 150 minuti di esercizio moderato alla settimana. Una misura che, secondo il rapporto, consentirebbe di salvare 10 mila vite all’anno e di prevenire 11.5 milioni di nuovi casi di malattie entro il 2050. Secondo le stime, questa volta di Istat, le malattie croniche affliggono in Italia circa il 40% della popolazione italiana e, nei prossimi anni, la spesa sanitaria per curarle salirà a 71 miliardi di euro/anno. L’inattività, quindi, è un problema di tutti. Ma perché abbiamo smesso di fare movimento? Sicuramente la risposta è multifattoriale: partiamo dalla rivoluzione digitale. Il tempo che una volta si spendeva muovendosi oggi è al pc, al tablet, al telefono: soprattutto i nostri giovani sono impegnati in attività sedentarie. C’è poi un problema legato alla mancanza di strutture sportive e questo, ancora una volta e in un Paese civile certamente insopportabile, riguarda i ragazzi: in Italia assistiamo, in tal senso, anche a fortissime differenze territoriali. Friuli Venezia-Giulia e Piemonte sono le uniche regioni in cui il numero di scuole con strutture sportive supera il 50%. In fondo alla classifica troviamo la Calabria (20,5%) e Campania (26,1%) che sono, guarda caso, anche quelle con il minor numero di ragazzi che praticano sport con continuità. Tra le 10 provincie con meno palestre, 9 si trovano nel Mezzogiorno. Ai vari fattori di inattività vanno aggiunti gli effetti devastanti causati dalla pandemia e all’assenza di un dialogo e di una collaborazione fattiva tra le diverse Istituzioni che hanno gestito il sistema sportivo che hanno fortemente provato un mondo in equilibrio grazie alle straordinarie competenze che si trovano al suo interno e alla passione di operatori e associazioni. Da tempo sottolineiamo che la risposta da parte dei governi deve essere decisa e rispondere all’esigenza di una vera e propria rivoluzione culturale, tema da sempre a noi caro che si poggia su alcuni pilastri fondamentali: l’ampliamento del campo della responsabilità istituzionale con scuola, famiglie, istituzioni sportive, pubblica amministrazione, imprese, unite per la costruzione di un unico obiettivo condiviso, quello dell’aumento della pratica sportiva. E poi la valorizzazione delle risorse e delle competenze disponibili, facciamo riferimento a gestori, tecnici, formatori, insegnanti con l’obiettivo di tutelarne l’azione e di mettere a sistema le migliori esperienze. La diffusione degli impianti sportivi dentro e fuori le scuole, una favorita accessibilità alle famiglie a basso reddito, agli anziani e alle categorie fragili, deve andare di pari passo con la diffusione della cultura dello sport per la formazione di futuri cittadini rispettosi dei valori umani, civili e ambientali. A partire, ancora, dalla scuola che deve promuovere percorsi didattici volti ad educare gli alunni all’acquisizione di competenze relative alla corretta alimentazione, ma anche alla gestione dei propri comportamenti in rapporto agli ecosistemi, all’adozione di nuovi e pi ù sani stili di vita, alla propria formazione civile e culturale. E proprio in questa direzione e alla luce dei dati che indicano come la popolazione attiva voglia – soprattutto dopo la pandemia – fare sport all’aria aperta, cominciare una visionaria opera di trasformazione delle nostre città sempre più green, con percorsi sportivo-culturali, interconnessioni verdi tra quartieri. Anche l’ASI è in prima fila su questo tema, tanto che lo scorso settembre, primo EPS in Italia, ha lanciato un ambizioso progetto per la formazione di migliaia di “SportCity Trainer”, tecnici abilitati ad allenare gli utenti che praticano sport liberamente nelle città. Ne scriviamo all’interno di questo numero di Primato. Sport, ambiente, salute: tutto riconduce a una rivoluzione culturale. Che non può più attendere.
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