07.03.2020

Sportivando

L’anno zero dello sport italiano

Dalla rivista Primato, marzo-aprile 2020.

Approfittiamo delle difficoltà
per proporre una rivoluzione culturale

Un virus – l’ormai tristemente noto COVID-19 – sta azzerando il mondo per come lo abbiamo conosciuto e lo abbiamo abitato fino ad oggi. Alla paralisi che stiamo vivendo lentamente subentrerà un nuovo corso diverso dal passato. Sarà certamente modellato dal peso dell’esperienza vissuta, ma dovrà anche essere il prodotto del co- raggio e della capacità di visione della classe dirigente. Siamo infatti fermamente convinti che alla distruzione portata da questa pandemia – di vite umane, di filiere produttive, di economie e di certezze antropologiche – debba seguire una fase nuova di edificazione creativa prodotta da una forza rivoluzionaria. Non è solo una speranza; é una certezza. Coinvolgerà anche lo sport. E non possiamo farci trovare impreparati.
Ecco perché vogliamo condividere con voi questa nostra riflessione e vi chiediamo di aiutarci a sostenerla e diffonderla. Siamo convinti di dover pensare al 2020 come all’anno zero per lo sport italiano. Un anno in cui i numerosi problemi e le oggettive difficoltà vengano colti come i presupposti per lavorare e lanciare una rivoluzione culturale irrimandabile.
Quali problemi? Quelli pre COVID-19 come la mancata attuazione della riforma dello sport voluta da Giancarlo Giorgetti e l’annacquamento del suo spirito originario – Sport e Salute, ad esempio, si sta limitando a distribuire i soldi dello Stato, come prima faceva il Coni, ma non sta portando alcun cambiamento rispetto al passato. Quelli post COVID-19 legati alle conseguenze del lockdown e alla mancanza di supporto e attenzione riservata al nostro comparto. Ad oggi, infatti, sono circa 100.000 gli impianti sportivi chiusi, una rete di piccoli e grandi centri di benessere e salute sparsi su tutto il territorio nazionale. Nessun incasso. Per i loro gestori, ma solo costi. Risultato? Stimiamo che circa l’80% di questi rischi di chiudere non appena le misure oggi in vigore si allenteranno, ovvero non appena saranno definite le modalità della ripartenza, dunque stabiliti i criteri di riconversione delle strutture.

Perché immaginiamo questo scenario? Perché il Governo ha voluto dare allo sport una risposta parziale. Con il cosiddetto decreto “Cura Italia” ha sì affrontato il problema dei collaboratori sportivi – tecnici e dirigenti – prevedendo un’indennità di 600 euro, ma non ha voluto sospendere il pagamento di affitti e utenze come avevamo chiesto. Questi continuano a gravare sui gestori di impianti privati, privati però di forme di ricavo. Allo stesso modo, con il decreto “Liquidità” ha previsto forme di aiuto basate sull’inde- bitamento dei richiedenti, anziché su forme di supporto a fondo perduto. Certo, sarà possibile avanzare domande di prestiti garantiti per lo più dallo Stato, ma con molta probabilità questi serviranno a pagare tasse e costi arretrati. Se lo potranno quindi permettere solo le realtà più strutturate, mentre le altre avranno già deciso di chiudere. Nel ripercorrere quello che l’esecutivo non ha fatto per lo sport italiano in generale, e in particolare per lo sport di base, non intendiamo fare una sterile polemica sulle richieste inascoltate. Vogliamo sottolineare come questa sordità risponda all’incapacità di comprenderne il valore reale e agire di conseguenza. Un valore sociale ed economico. Di che portata? Pensate che solo il fitness produce un giro d’affari di 12 miliardi di euro con circa 120 mila addetti e 20 milioni di “clienti”. Pensate allo sport come ad un naturale vaccino e riflettete su come la diminuzione dell’offerta sportiva comporterà necessariamente un indebolimento dei sistemi di prevenzione in grado di garantire il diritto alla salute dei cittadini, sollevando lo Stato da costi di prevenzione potenzialmente alti.
E cosa dire di tutta l’attenzione che il governo sta dedicando al calcio e non sta dedicando ad altre discipline che pure esprimono ed hanno espresso eccellenze di vertice per il nostro Paese? Ecco, alla luce del quadro delineato, siamo sempre più convinti che si possa e si debba uscire da tale situazione non recriminando il non fatto, ma lavorando per creare una nuova cultura dello sport che parta dai dati e si radichi nelle componenti della società. Ci vuole impeto e coraggio nell’avviare un cambiamento epocale di visione, in grado di diventare forma mentis delle classi dirigenti. Occorre una rivoluzione e dei rivoluzionari.
Si dovrebbe agire simultaneamente permeando il dibattito attuale, organizzando eventi congiunti di formazione e sensibilizzazione, portando avanti battaglie storiche – come quella dell’educazione fisica nelle scuole di ogni ordine e grado – e ripristinando anche il senso di quella riforma dello sport che oggi sembra largamente incompiuta. Ovvero – ed è il punto più cruciale – definendo quali sono gli attori del sistema sportivo, quali i loro ruoli e le loro interazioni. Perché se è vero che lo sport ha mille sfaccettature che rendono difficile “tirare su un muro” – come disse in un’occasione passata il presidente Giovanni Malagò – è altrettanto vero che, nell’anno zero dello sport italiano, per ripartire ci vuole corag- gio e nettezza. Il coraggio, ad esempio, di dire che il calcio così come è diventato e come si sta comportando, è un’industria che si muove in autonomia e non risponde più allo spirito e alle logiche che animano il movimento. Non possiamo più permetterci ambiguità.

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