10.04.2017

Sportivando

Un indesiderabile podio da combattere responsabilmente

Italia medaglia d'argento nella classifica del doping 
 

Tutti sanno cosa é il doping, nonostante non lo si tratti con continuità  ed in modo diffuso, limitandosi a casi illuminati dai riflettori della stampa. 

Ne avrete senz'altro sentito parlare in occasioni in cui un popolare atleta é risultato positivo ad un controllo – Alex Schwazer vi dice nulla? Oppure in concomitanza di un grande evento, quando lo sport deve mostrarsi quanto più possibile vicino al suo DNA di naturale portatore di valori come rispetto e lealtà , sia per ragioni di immagine che per motivi sportivi e, non ultimi, economici – ad esempio le Olimpiadi.

Il doping, però, esiste oltre e al di là  degli atleti e delle manifestazioni internazionali. Lo vediamo osservando i controlli antidoping disposti dal CONI negli eventi organizzati dagli Enti di Promozione Sportiva – quindi anche da ASI – sono sempre più frequenti e purtroppo con risultati spesso positivi.
Ce lo dice anche un articolo del Corriere della Sera a firma di Marco Bonarrigo dal titolo: 'Italia seconda nel doping per colpa degli amatori'. 

Riprendiamo direttamente le sue parole: 'Il poco glorioso podio azzurro non deriva da giovani o da professionisti, ma da 23 ciclisti ultra 40enni della domenica, bodybuilder da festival del fitness e faccendieri (medici, tecnici, farmacisti, ex atleti) che procurano le sostanze proibite e, una volta squalificati, entrano a far parte delle statistiche'.

Al di là  dei numeri che ci collocano secondi solo alle spalle della Russia (seguiti da India e Francia), quello che qui ci interessa indagare sono le cause che portano l'Italia a questo indesiderabile primato. 

Si tratta sicuramente di un problema di cultura sportiva. à€° lo sbilanciamento competitivo di tutto il nostro sistema sportivo a produrre questo risultato. Professionisti ed amatori sono oggi più che mai uniti da uno spirito ipercompetitivo, determinati a vincere gare di ogni tipo ad ogni costo.
Non importa quanto grosso sia il trofeo o quanta gloria ne derivi, l'importante é primeggiare – questo sembra essere il motto che unisce sportivi divisi dalla classificazione della legge 91/1981.

E se il mezzo legittima il fine, cosa c'é di male nel ricorrere ad un piccolo aiutino?! La posta in palio é troppo importante per lasciare che siano allenamento condizione e performance stessa a determinare il risultato.

Se le cose stanno cosà¬, nessuno può dirsi esente da una parte di colpa. Tutti abbiamo assistito alla deformazione dello spirito sportivo; tutti abbiamo visto la dimensione ludica affievolirsi a vantaggio di una più premiante sotto molti aspetti. Pensate ad esempio a quanto é più facile comunicare una gara con un vincitore inaspettato rispetto ad un evento dove le persone partecipano senza essere inserite in una classifica! Non abbiamo fatto abbastanza per contrastare questa tendenza ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

L'insufficiente contrasto a questo fenomeno, però, non deve demotivarci. Deve anzi spronarci a trovare nuove soluzioni per fare in modo che il mondo amatoriale ritrovi la voglia di fare sport per la voglia di fare sport. Che il ciclista ultra 40enne della domenica salga il suo tracciato con la grinta e la voglia di vincere, ma sia pronto anche a perdere laddove ci fosse un atleta più bravo. 

In fondo si tratta di un aspetto culturale: un impegno a favore dell'accettazione dei limiti dell'essere umano e del merito.

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