08.05.2018

Sportivando

Chi deve pagare la sicurezza negli stadi?

Ha ancora senso in Italia il contributo pubblico al calcio e l’attribuzione allo Stato delle spese per garantire la sicurezza durante le partite?

Torno a porvi – e a pormi – questa domanda alla luce di quanto appena accaduto in Germania. Qui, in seconda istanza, l’Alto Tribunale Amministrativo di Brema ha stabilito che dovrà  essere la Lega calcio tedesca (Dfl) a pagare in futuro i costi straordinari per la sicurezza, in occasione di partite ad alto rischio.
Perché? Perché il tribunale ha riconosciuto come legittime le richieste avanzate delle autorità  del Land tedesco di Brema che, da due anni, pretendeva il rimborso di 415 mila euro, spesi nella primavera del 2015 per mobilitare centinaia di poliziotti durante l’incontro Werder Brema–Amburgo.
La Lega – dice il tribunale – è co-organizzatrice di una manifestazione votata al profitto. Perciò deve necessariamente accollarsi i costi in eccesso, legati a evitare potenziali incidenti, scontri, danneggiamenti all’arredo urbano.

A noi sembra una conclusione logica e condivisibile. Tanto più se, traslando il ragionamento alla situazione italiana, poniamo l’attenzione sui costi della sicurezza legata al mondo del calcio.

Da noi, per garantire l’ordine pubblico negli stadi, lo Stato sostiene un costo di circa 45 milioni di euro l’anno. Non pochi, vero?  Viene quindi da domandarsi se il calcio non possa trovare al proprio interno le risorse per partecipare a questo impegno economico, se non per assumerselo direttamente.

Potrebbe? Molto probabilmente sà¬, soprattutto alla luce del grande sostegno economico di cui gode. La FIGC é l’unica al mondo ad essere finanziata annualmente da un contributo pubblico che, solo negli ultimi due anni, é sceso ed ad oggi ammonta a poco più di 30 milioni. Peraltro queste risorse pubbliche vengono in parte sottratte allo sport di base, senza che sia previsto un sostegno mutualistico, come invece avveniva ai tempi del Totocalcio. Pensiamo poi anche al giro d’affari collegato alla vendita dei diritti televisivi in capo alla Serie A. Parliamo di circa un miliardo di euro. Un buon bacino di risorse cui eventualmente attingere.

In base a queste considerazioni é semplice capire come sia sempre più urgente riflettere sulla necessità  di gestire diversamente anche in Italia i costi della sicurezza legata al calcio. Certo, dal 2014, il governo Renzi, ha imposto ai club di farsi carico di una minima parte (meno del 3 per cento) degli oneri di questa, ma riteniamo sufficiente la misura?

Noi di ASI siamo sicuri che si debba e si possa fare di più. Non per ‘punire’ uno sport che innegabilmente nell’ultimo decennio ha dato agli appassionati molte delusioni, sia sul piano dei risultati sportivi, che su quello dell’etica. Piuttosto per un principio di giustizia nei confronti del cittadino, ad oggi condannato a sostenere spese sempre maggiori. E per la necessità  di una nuova armonia nel mondo dello sport nel suo complesso.

Se i club con le partite (e molto altro) ricercano legittimamente il loro profitto, perché si possono sottrarre al dovere di garantirne la sicurezza, specie per incontri ad alto rischio? Non si tratterebbe certo di una sua privatizzazione! Semmai si sta discutendo dell’opportunità  di chiedere al calcio una compartecipazione ad un costo ingiustamente sostenuto dalla collettività . Il fatto che fino ad oggi sia stato il pubblico ad assumerselo, ha infatti contribuito ad alimentare una logica individualistica e di isolamento del mondo del pallone, deresponsabilizzandolo.

Chissà  se anche a partire da un piccolo cambiamento come quello di cui stiamo parlando qui, il calcio possa tornare a rappresentare i valori dello sport e ad essere parte integrante del sistema nel suo complesso.

Probabilmente se si ricreassero i presupposti per restaurare il circolo virtuoso grazie a cui per anni il calcio ha generosamente sostenuto il sistema sportivo nel suo complesso come ai tempi del Totocalcio potremmo cambiare idea… Non più religione di Stato ma sport tra gli sport.

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