27.03.2017
Cenerentola, no grazie!
Non siamo certo cenerentole e se lo siamo muoviamoci a saltare al finale della fiaba.
Inizio cosଠla riflessione di questo mese, in modo un po’ provocatorio e allo stesso tempo leggero, per un preciso motivo. Attraverso la metafora di uno dei personaggi più amati tra quelli prodotti da Walt Disney vorrei invitare gli Enti di Promozione Sportiva a prendere coraggio ed a conquistare il posto che meritano.
Troppo tempo abbiamo passato chiusi in un bellissimo castello sognando un palcoscenico in cui poter svelarci e dimostrare il nostro valore. Troppo spesso ci siamo lasciati assorbire dal fare e rifare, senza ambire ad un riconoscimento proporzionato. Gli effetti del nostro agire, però, sono sotto gli occhi di tutti.
Il peso economico e sociale della promozione sportiva
Non mi riferisco solamente al portato immateriale della nostra azione, su cui – fortunatamente – si è sviluppata una certa consapevolezza. Che lo sport faccia bene al fisico e sia uno strumento di educazione (civica), è appurato. Che noi come soggetti nati per avvicinare sempre più persone all’attività motoria ed incentivarle a praticarla con continuità siamo una risorsa, è altrettanto consolidato.
Mi riferisco anche al peso materiale. Il numero degli eventi amatoriali organizzati su tutto il territorio, i numerosi progetti nell’ambito della promozione sociale in cui lo sport è spesso architrave e la reale consistenza del movimento parlano per noi. Basti pensare che a gennaio di quest’anno il numero delle associazioni sportive iscritte al Registro CONI tramite gli Enti di Promozione Sportiva rappresentava il 65 % del totale, contro il 34 % portato dalle Federazioni Sportive Nazionali.
Nonostante queste evidenze, ad oggi non è mai stato determinato quale sia effettivamente il peso della promozione sportiva nel generare ricchezza. Mi spiego meglio: dal Libro Bianco dello Sport pubblicato nel 2012 sappiamo che lo sport contribuisce per l’1,6 % al Pil italiano (3,2 % se si considera la portata diretta e indiretta del comparto), ma non sappiamo quanto di questa percentuale sia determinata dal nostro mondo.
Troppa competizione per un sistema trainato nei numeri dalla promozione
E’ questa ignoranza che – a nostro giudizio – ha permesso una deformazione del sistema a favore della componente competitiva, uno dei fattori che impediscono al nostro sistema di tornare ad essere modello cui ispirarsi. Peraltro, anche a livello europeo la tendenza consolidata è la medesima; nei “Piani di lavoro UE per lo Sport” (2014/2017) l’attenzione primaria è infatti posta allo sport di vertice e non alla dimensione sociale, educativa e salutare dell’attività sportiva.
Sulla base della nostra consistenza numerica (e di fattori collegati), abbiamo ragione di pensare che molto di quell’apporto sia riferibile a noi.
Perchè sarebbe importante conoscere il peso (specifico) della promozione sportiva
Ci piacerebbe quindi poterlo determinare in modo oggettivo per più di un motivo: daremmo ai più insicuri tra noi l’evidenza per abbandonare quel complesso di Cenerentola che talvolta ci affligge ed aiuteremmo il CONI ad inquadrare il movimento sportivo italiano per come esso è realmente e, sulla base, di ciò ad indirizzare le risorse in modo migliore. Con un crescente supporto allo sport di base, peraltro, anche lo sport di vertice trarrebbe vantaggi.
Un’oggettivazione del peso della promozione sportiva nel contesto italiano indurrebbe poi anche lo Stato a ripensare il nostro modello di welfare sulla base di realtà già operative e già riconosciute dai cittadini come interlocutori affidabili.
Il nostro augurio
Per questi motivi ci piacerebbe molto riscontrare la comune volontà di tutti gli Enti di Promozione Sportiva di unire le proprie forze e i propri sforzi per uscire da quel castello e conquistarsi il palcoscenico che meritiamo.
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