VAR da rivedere per tornare al calcio che emoziona

14 Ott 2019 | Presidente Claudio Barbaro
Istituzionale

Il calcio italiano è malato e qualcosa di serio e concreto andrebbe davvero fatto. Come più volte abbiamo avuto modo di dire, lo è da tempo, da quando i team sono diventati sempre più imprese commerciali. Ovvero dal 15 dicembre del 1995, giorno in cui la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha pronunciato la sentenza Bosman. Da allora poco è cambiato in positivo, anzi.

C’è addirittura un’altra data che, in modo diverso, rischia di amplificare i difetti del mondo del pallone, consolidandolo universo a parte rispetto al sistema sportivo tutto. 

Parliamo del 19 agosto del 2017, anno in cui è stato introdotto il Var nel campionato italiano. Con la moviola in campo - si diceva - sarebbero diminuiti sensibilmente gli errori da parte degli arbitri, ci sarebbe stata maggiore equità e trasparenza e questo avrebbe avvicinato maggiormente le persone, dissipando il sospetto che i vari scandali legati al calcio-scommesse hanno contribuito ad alimentare e fatto sedimentare. Le polemiche sarebbero cioè diminuite e la giustizia avrebbe trionfato.

A due anni dall’introduzione, però, la realtà che osserviamo è molto diversa. Ai nostri occhi siamo di fronte ad una riforma a metà. Le discussioni sono all’ordine del giorno anche nell’era del Var per una serie di ragioni. Tutte riconducibili alla differenza sostanziale tra una dimensione teorica e una dimensione pratica di ogni impronta riformatrice e per l’aver trascurato che questa si riflette su un “corpo vivo”, con una sua storia e un DNA preciso. 

Pensate all’equivoco nel concetto del chiaro errore. L’errore non può che essere discrezionale. Dipende da come sono interpretate le norme da colui che giudica. 
Pensate al fatto che l’immagine restituita dalla moviola deve essere valutata nella sua entità. Chi meglio della persona che segue l’azione dal vivo può valutare se effettivamente una mano appena appoggiata sulla spalla di un attaccante pronto alla caduta è un fatto trascurabile o decisivo per fischiare un rigore?!

Gli effetti dell’introduzione della moviola in campo sono stati dunque opposti rispetto alle intenzioni. I motivi di discussione sono rimasti; la terna arbitrale ha assunto maggior potere e non è aumentata la trasparenza all’interno del rettangolo verde. Anzi, potremmo dire che la segretezza con cui la sala Var condivide le informazioni con il direttore di gara amplifica quel livello di diffidenza che, al contrario, andrebbe  dissipato per tornare al calcio che unisce ed appassiona. Non si poteva fare come accade nella Formula Uno dove le comunicazioni tra pilota e box possono essere ascoltate, o come nel rugby? 

In più la nostra perplessità nel giudicare questa innovazione nel mondo del pallone deriva anche dal suo snaturare il tifo. Come se la tecnologia diminuisse la poeticità dello spettacolo. Il tifo prodotto dal Var è infatti in differita; la spontaneità delle emozioni è congelata. 

Alla luce di queste considerazioni ben si capisce come ai nostri occhi quella del Var sia ad oggi una riforma a metà. Richiederebbe pertanto di essere applicata con maggiore rigore, altrimenti avrebbe senso tornare indietro sui propri passi. Sempre che l’intenzione reale sia quella di far tornare il mondo del pallone ad essere quello per cui tutti noi, da giovani, scendevamo nei campetti delle nostre città e tornavamo accaldati e felici a casa con le ginocchia sbucciate.