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27.06.2022

Istituzionale

Lavoro sportivo. Vigiliamo sulla riforma. Il punto

di Claudio Barbaro

Atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici e sportivi, preparatori atletici, fino ai direttori di gara. E ogni altro tesserato che svolge attività necessarie alla pratica sportiva. A metterli tutti insieme raggiungerebbero quasi gli abitanti di Milano che sono un milione e trecentomila e supererebbero quelli di Napoli ferma a novecentomila.
Un esercito armato di birilli, fischietti, palloni, pagaie, penne e racchette: secondo i dati pubblicati da Sport e Salute, oltre 600mila atleti, 330mila tecnici, 35mila tra giudici e arbitri, 100mila dirigenti e 50mila alla voce “altri” per un totale di 1.185.000 operatori. Una pletora di lavoratori senza dignità lavoristica.
Con la riforma del lavoro sportivo, che avrà applicazione dal 1.1.2023, il quadro cambia radicalmente. In attuazione dei principi e degli obiettivi fissati dalla legge delega n. 86/2019, temi introdotti dal Ministro Spadafora e ai quali la Sottosegretaria Vezzali ha aggiunto ulteriori correttivi.
Il D.Lgs. n.36/2021, superando la distinzione tra settore professionistico e dilettantistico, dispone che chi opera nello sport a titolo oneroso è considerato, come regola generale, un lavoratore, da inquadrare – ricorrendone i presupposti – come subordinato, autonomo, cococo, occasionale. Individua, inoltre, una disciplina fiscale e previdenziale differenziata a seconda del tipo di lavoro e del settore, stabilendo, a grandi linee, che tutti i lavoratori subordinati, anche del settore dilettantistico, siano soggetti alla previdenza del settore professionistico mentre i lavoratori autonomi, occasionali e cococo del settore dilettantistico debbano iscriversi all’INPS – gestione separata – con applicazione di aliquote graduali e articolate in base alla posizione dei lavoratori.
Addio, dunque, al tetto dei “diecimila” a meno che non si tratti di prestazioni considerate “amatoriali”.

Come un Giano Bifronte anche questa riforma ha due volti.
Da una parte corre la necessità, per la quale da anni ci battiamo, di tutelare il lavoratore sportivo. E, ancor più di “tutela” la parola più corretta, da noi utilizzata per lungo tempo e profusamente, è quella di “dignità”.
Dall’altra, l’esigenza di non appesantire un sistema già fiaccato da anni di scelte governative sbagliate, dalla mancanza nel nostro Paese di una cultura dello Sport e, in tempi recenti, anche dall’emergenza pandemica, ciliegina su una torta a più piani.
Chi promuove lo sport quotidianamente (erogando un servizio fondamentale per la collettività e colmando anche tante lacune strutturali da parte dello Stato) si chiede chi pagherà i costi di questa riforma e chi si farà carico dei maggiori oneri previdenziali.
Questa rivoluzione presenta molte criticità, sia perché non salvaguarda la sostenibilità del sistema sport – pure fissata tra gli obiettivi della delega – sia perché in mancanza di specifiche tipologie contrattuali e di definizioni certe, apre a nuovi dubbi interpretativi che inevitabilmente si ripercuoteranno sulla stabilità del movimento sportivo.
Il primo passaggio è stato quello dell’istituzione, da parte del Dipartimento dello Sport, di un tavolo tecnico dove addetti ai lavori e rappresentanti delle parti sociali hanno ricevuto le proposte di correttivi da parte del nostro mondo, al fine di superare le maggiori criticità della riforma e garantire la sostenibilità del sistema. Occorrerà prevedere per i sodalizi sportivi dilettantistici – partiamo da questo – fasce di esenzione fiscale e contributiva.

I tempi stringono. Sarà importante vigilare sull’evoluzione del processo, cosa che faremo anche a livello parlamentare, affinché non si generi un labirinto dal quale sia difficile trovare la via d’uscita…

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